FAQ
In questa rubrica sono presentate alcune domande e obiezioni frequenti relative alla comunicazione attenta alle differenze.
Per qualsiasi dubbio o domanda è possibile contattare il Servizio Gender e Diversity.

Vi sono diverse possibilità che si possono usare per tenere conto di entrambi i generi, prima di illustrarle è però importante premettere che nei titoli o nelle parti principali di un documento di promozione è importante rivolgersi esplicitamente sia ad un pubblico femminile che maschile e mettere in evidenza tutte le persone coinvolte. P.es. "La conferenza sul tema “Come inserirsi nel mondo del lavoro: dalla SUPSI alla realtà professionale” si rivolge alle studentesse e agli studenti SUPSI. Le relatrici e i relatori invitati sono l’ingegnera Lisa Rossi e l’assistente sociale Mauro Verdi”.

 
Ecco le diverse opzioni che si possono usare in alternanza in un testo per rendere visibili il femminile e il maschile:
 
  • Indicare per esteso il maschile e il femminile. P.es. le ingegnere e gli ingegneri del laboratorio di microelettronica.
  • Indicare il maschile e femminile abbreviato: un/a grafico/a, un/a informatico/a, un/a collaboratrice/tore.
  • Indicare nome e cognome delle persone, eventualmente accompagnandoli da un titolo professionale abbreviato. In questo caso è però importante non utilizzare solo l’iniziale del nome: non scrivere “l’ing. L. Sali e l’ing. M. Mossima hanno sviluppato un prodotto innovativo…” ma “l’ing. Lisa Sali e l’ing. Massimo Mossima hanno sviluppato un prodotto innovativo”.
  • Usare formulazioni neutre quali “persona”, “individuo”  ma attenzione a non utilizzare il maschile come genere non marcato o neutro, evitare di dire “uomo” quando si intende l’essere umano in generale. P.es. invece di “diritti dell’uomo” scrivere “diritti umani”.
  • Utilizzare termini collettivi, che si riferiscono sia a donne che a uomini, p.es. dire “corpo studentesco” invece di “studentesse e studenti”, “comunità accademica” invece di “professoresse, professori, studenti e studentesse”, “gruppo di lavoro” o “team” invece di “collaboratrici e collaboratori di un progetto” ecc.
  • Utilizzare formulazioni passive. Ad es. invece di “Gli studenti possono accedere ad Internet durante…” scrivere “L’accesso ad Internet è consentito durante…”.
  • Alternare i titoli professionali con l’indicazione della professione. P.es. Invece di scrivere “Alla SUPSI si può studiare da ingegnere/a civile” indicare “alla SUPSI si può studiare ingegneria civile”.
  • Utilizzare formulazioni impersonali. Ad es. invece di “Gli interessati possono contattare…” scrivere “Si prega di prendere contatto…”.

Le regole per formare il femminile sono chiare e determinano il femminile di professioni che non siamo abituati/e a sentire, perché sono tradizionalmente di dominio maschile. La lingua italiana è però una lingua vivente che va adattata ai cambiamenti della società: come è stato introdotto il maschile di infermiera, una professione tradizionalmente femminile così possiamo introdurre il femminile di ingegnere. Più “ingegnera” entrerà nell’uso comune meno ci sembrerà una parola dal suono inusuale.

 
Bisogna però rispettare l’opinione di chi non è d’accordo con questa corrente di pensiero o di chi si sente a disagio nell’usare termini come ingegnera non ancora abituali. Per questo motivo quando ci si riferisce ad una persona reale, p.es. se si scrive il titolo professionale al femminile di una relatrice in un invito, è importante sincerarsi dell'accordo della persona, in particolare quando si tratta di titoli professionali non ancora entrati nell'uso comune nella forma femminile, p.es. ingegnera Lisa Rossi. Se la relatrice preferisce il titolo ingegnere, proponiamo in ogni caso che il nome della relatrice appaia per esteso Ing. Lisa Rossi (e non Ing. L. Rossi).
 
 
Regole per formare i titoli professionali [1]
  • I termini con desinenze -o mutano in –a (p.es. avvocata, architetta);
  • i termini –aio -ario prendono desinenza –aia -aria (p.es. primaria, segretaria);
  • i termini in –(i)ere mutano in –(i)era (p.es. infermiera, pioniera, ingegnera);
  • i termini in –sore mutano in –sora (es. assessora). Evitare la forma in –essa sentite come riduttive salvo nelle forme ormai consolidate (p.es. evitare avvocatessa mentre professoressa è entrato nell’uso comune);
  • i termini in –tore mutano in-trice (p.es. amministratrice, direttrice, ambasciatrice).

Evitare assolutamente le forme "ingegnere donna", "assistente sociale uomo" ecc.

 

Termini che non mutano la forma al femminile ma ai quali si antepone comunque l’articolo femminile

  • la maggior parte dei termini in –e o in –a (p.es. la parlamentare, la presidente, la poeta);
  • alcuni termini in –o (p.es. la premio Nobel, la soprano);
  • forme italianizzate di participi presenti latini (p.es. l’agente, la cantante, l’inserviente);
  • composti con capo (p.es. la capofamiglia, la caposervizio), però si utilizzerà “il capo del Servizio”, “il capo del Dipartimento”, “il capo sostituto” anche se ci si riferisce al genere femminile.
 
 
Altre eccezioni
La militare Carla Rossi, la tenente Carla Rossi, il medico Giada Verdi, il membro del Consiglio di Direzione Giada Verdi.
Termini quali “recluta”, “guardia”, “sentinella”, “guida” rimangono al femminile anche se riferiti a uomini.
 
 
Esempi di professioni SUPSI
  • ingegnere-ingegnera
  • architetto-architetta
  • un/un’ assistente sociale
  • grafico/grafica
  • un/un’economista aziendale


[1] Cfr. Cecilia Robustelli, Lingua e identità di genere, in Ethel Porzio Serravalle,"Maschile e femminile nei libri, nella scuola e nella vita", progetto Polite, Associazione Italiana Editori, 2000; Cecilia Robustelli, Linee guida per l'uso del genere nel linguaggio amministativo, progetto genere e linguaggio, parole e immagini della comunicazione svolto in collaborazione con l'Accademia della Crusca, realizzato con il finanziamento della regione Toscana 2012 e Cancelleria federale, “Guida al pari trattamento linguistico di donna e uomo nei testi ufficiali della Confederazione”, Cancelleria federale, Berna, 2012.
 

 

Il termine generico “diversamente abile” è stato introdotto per accentuare l’attenzione sulle abilità e della persona in situazione anziché sulla/e disabilità di sviluppo. L’espressione diversamente abile, da implicitamente per assunte la possibilità e la capacità di qualsiasi persona con disabilità di sviluppare delle abilità individuali alternative e funzionali in situazione. La presenza di una o più disabilità in molti casi può avere come conseguenza lo sviluppo di abilità specifiche diverse se paragonate ad altre analoghe più ricorrenti ma, e per più ragioni, può anche non dare luogo a questo effetto virtuoso.

Perché, oltre a evocare rappresentazioni particolari ed erronee sia in termini fisici che medici, non rende giustizia al fatto che la persona può essere o non essere in situazione di handicap a seguito della presenza di una o più disabilità. Può vivere delle situazioni di handicap ma non è portatrice di un handicap. Quest’ultimo è una risultante contestuale e non un tratto distintivo della persona. Disabilità e handicap non sono sinonimi. Una persona con una o più disabilità non è necessariamente e sempre in situazione di handicap ma in nessun caso è portarice di un handicap.

Non esiste un modo sbagliato di presentare femminile e maschile! Si può scrivere prima il maschile o il femminile, presentare le due forme per esteso o abbreviate. P.es. le formulazioni seguenti sono tutte esatte: ingegnere/a, ingegnera/e, ingegnere e ingegnera, ingegnera e ingegnere.

Le varie forme dipendono dal tipo di testo, ad esempio indicare per esteso il femminile e il maschile è adeguato per testi brevi, quali comunicazioni, lettere, avvisi, discorsi etc. (p. es. “Gentili collaboratrici e collaboratori”). La forma femminile e maschile abbreviata è adatta a moduli, bandi di concorso, e-mail etc. (p. es. “Cerchiamo un/a ricercatore / trice per l’area Lavoro sociale”). Nei regolamenti e nelle direttive vista la complessità del linguaggio giuridico onde evitare malintesi si consiglia di non scrivere femminile e maschile per esteso segnalando con una frase all'inizio del testo che le designazioni maschili si riferiscono a persone di entrambi i generi.

 
Per maggiori informazioni consultare il testo di Cecilia Robustelli “Lingua e identità di genere”[1] disponibile in versione cartacea presso il Servizio Gender SUPSI e "Linee guida per l'uso del genere nel linguaggio amministrativo" disponibile alla pagina http://unimore.academia.edu/CeciliaRobustelli/Books/1732893/Linee_guida_per_luso_del_genere_
nel_linguaggio_amministrativo oppure la pubblicazione della Cancelleria federale “Guida al pari trattamento linguistico di donna e uomo nei testi ufficiali della Confederazione”, disponibile al link: http://www.bk.admin.ch/dokumentation/sprachen/04850/05005/index.html?lang=it
 


[1] in Ethel Porzio Serravalle, "Maschile e femminile nei libri, nella scuola e nella vita", progetto Polite, Associazione Italiana Editori, 2000.

L’uso di aggettivi sostantivati riferiti alla persona, tali l’handicappato, il cieco, il disabile, il sordo ecc.., porta ad assimilare la persona a un tratto distintivo specifico e settoriale di sé come se fosse quello più rappresentativo. Questo lo può essere in alcuni contesti specifici ma nel lingiaggio corrente l’uso di espressioni come persona con disabilità visiva, persona con disabilità uditiva, persona con disabilità motoria, persona in situazione di handicap (se questo è il caso) indica il tratto come tale in relazione ad una persona e in tal senso è certamente da ritenersi più rispettoso e opportuno.

Nel caso concreto di promozione di un corso di laurea nel quale non ci sono studentesse o molto poche come negli studi tecnici, un obiettivo della promozione è proprio quello di attirarle, ma per far sì che più donne si iscrivano a questi cicli di studio bisogna rivolgersi a loro!

Prendiamo l’esempio concreto del corso di laurea in Ingegneria meccanica dove ci sono pochissime studentesse, come risolvere il problema? In Ticino ci sono meccaniche e operatrici in automazione che potrebbero essere in futuro studentesse alla SUPSI, non resta che fotografarle sul posto di lavoro con il loro accordo! Lo stesso discorso vale evidentemente anche per la rappresentazione degli uomini in settori ancora a predominanza femminile: per esempio gli educatori in asilo nido o gli infermieri.

Una rappresentazione equa di donne e uomini non vuol dire solo un equilibrio numerico in tutte le fotografie di un documento che, oltre ad essere difficilmente raggiungibile, non garantisce necessariamente una giusta rappresentazione dal punto di vista della dimensione di genere.

Per un’illustrazione equa, bisogna tenere in considerazione i seguenti criteri:
 

  • sulla copertina di una pubblicazione o nelle sue parti più in evidenza come per esempio l’illustrazione di un titolo, curare il fatto che siano presenti donne e uomini;
  • curare che nella rappresentazione vengano illustrati donne e uomini in diverse situazioni, funzioni e posizioni gerarchiche altrimenti anche un buon intento di rappresentare donne e uomini può rafforzare gli stereotipi. P.es. in un documento sulle istituzioni socio-sanitarie non rappresentare tutte le donne come addette di cura e tutti gli uomini come direttori di case di cura ma presentare donne e uomini che ricoprono i diversi ruoli presenti in un’istituzione sociale;
  • nelle illustrazioni astratte non attribuire sistematicamente colori, oggetti o forme esclusivamente al femminile o al maschile (ad es. in primis il rosa per il femminile e l’azzurro per il maschile, i colori caldi per il femminile e i colori freddi per il maschile, forme rotonde per le donne e forme spigolose per gli uomini). Abbinare questi elementi con creatività permette di evitare i più comuni stereotipi di genere e di proporre uno sguardo nuovo sul prodotto / servizio offerto.
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