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The Rape of Lucretia, opera lirica di Benjamin Britten (1913-1976). Chamber opera multimediale con animazioni virtuali nello spazio scenico tra pantomima, balletto, oratorio e melodramma.

Cross-Media Lab - Palazzo dei Congressi, Lugano 5 maggio 2013

La stagione 2012-2013 della rassegna “900 presente” si chiude con la tradizionale collaborazione tra il Conservatorio della Svizzera italiana, la Scuola Teatro Dimitri e il DACD- SUPSI.
Una delle più importanti ricorrenze di quest’anno è il centenario della nascita di Benjamin Britten (1913 – 1976), compositore inglese che riesce a convivere (e a sopravvivere) accanto all’avanguardia storica del XX secolo. Pur soltanto un anno più giovane di John Cage, coevo di Lutoslavski, sette anni più vecchio di Maderna, nove di Xenakis, undici di Luigi Nono, dodici di Boulez e Berio, quindici di Stockhausen, Benjamin Britten non si avvicina a questi compositori, un po’ per sua volontà e un po’ “par hasard”.
Da un lato, il suo proposito di recuperare e continuare la tradizione musicale inglese interrottasi ormai nella lontana epoca di Händel e Purcell e contrassegnata nei secoli successivi da compositori di second’ordine, obbliga Britten ad adottare una posizione contraria a quella dell’avanguardia storica. Dall’altro, gioca un ruolo determinante la “proibizione” di studiare con Alban Berg dettata dai suoi genitori, a loro volta indubbiamente influenzati dalla direzione del Conservatorio di Londra.
Oggi, a cento anni dalla sua nascita, ci sembra che questa “decisione” obbligata avrebbe potuto avere conseguenze devastanti sullo sviluppo del giovane compositore. Anzi, azzardiamo nel dire che un compositore con meno talento rispetto a quello di Britten non sarebbe probabilmente stato capace di superare un ostacolo così difficile e condizionante per la sua formazione musicale ed estetica.
L’approfondimento del linguaggio della seconda scuola di Vienna, già presente in un lavoro così giovanile come la “Sinfonietta op.1” avrebbe aggiunto, senza dubbio, un “punto” in più alla qualità che questa musica in se stessa già possiede…
Nonostante l’appartenenza, dunque, a una posizione estetica più conservativa, Britten non ruppe mai i rapporti con i musicisti “avanguardisti” suoi contemporanei, anzi, aprì le porte del “suo” Festival di Aldeburgh a compositori come Henze, Lutoslawski, Boulez, Birtwistle. Una bellissima lezione di apertura mentale in un mondo in cui il settarismo e l’intransigenza estetica condizionavano anche i rapporti personali.
Come compositore e uomo del suo tempo, Britten riflette con la sua musica attorno ai problemi che angosciavano gli uomini del Novecento; tra questi la sofferenza per l’oppressione (da cui “Lucretia”, ma anche capolavori come “Peter Grimes” o “The turn of the screw”), la problematica dell’omosessualità e i suoi rapporti con la società. Quest’ultima tematica, che si accenna quasi “sottovoce” in “Peter Grimes”, “Billy Budd” e “The turn of the screw”, arriva ad acquisire piena identità nella sua ultima produzione operistica, “Morte a Venezia” (dall’omonimo romanzo di Thomas Mann) del 1973.
Possiamo affermare che Britten è un artista che porta in se stesso ed esprime attraverso la sua opere le angosce del XX secolo, posizione che lo avvicina a Gustav Mahler (di cui l’autore inglese fu, già in giovane età, fervente ammiratore). Ma tutte queste riflessioni vengono elaborate con prudente “distacco”, à la manière di Diderot, affinché la musica non perda il ruolo di “filo conduttore” dell’azione e la chiarezza delle forme utilizzate nell’architettura dell’opera conservi il suo ruolo di “sostegno” dell’edificio musicale.
Se il percorso di compositore di Britten è una strada seminata di capolavori, uno degli aspetti più importanti della sua produzione risiede nelle sue creazioni sceniche (sia opera che balletto), le quali illustrano la lotta sostenuta da Britten per colmare il “gap” dei secoli precedenti nella musica inglese.
In questa categoria troviamo i più grandi capolavori di Britten, fra i quali “Il ratto di Lucrezia” (sebbene il titolo corretto dovrebbe essere “Lo stupro di Lucrezia”), opera scritta nel 1946 per l’allora imminente ritorno, terminata la guerra, della Glyndebourne English Opera Company.
L’opera ebbe un grande e immediato successo e ancora oggi rimane nel repertorio di tutti i più importanti teatri del mondo. La snellezza del suo organico vocale e strumentale (8 voci soliste e un’orchestra di 12 strumentisti) ha contribuito fortemente alla sua diffusione: per quest’opera lo stesso Britten utilizza, per la prima volta, la definizione di “chamber opera”.
In “The Rape of Lucretia” Britten ci mostra le conseguenze dell’oppressione, o meglio dell’aggressione come elemento di distruzione dell’equilibrio sociale.
Il mondo di equilibrio e bellezza creato da Lucrezia e in particolare il suo rapporto con il marito saranno annientati a causa della brutale aggressione di Tarquinius. Non potendo vivere nel disonore, né avendo possibilità di ribellione, l’unica soluzione possibile è il suicidio. “Mourir fièrement lorsqu’il n’est plus possible de vivre fièrement”, scrisse Camus nel suo Mythe de Sisyphe: questa frase sintetizza la problematica della protagonista di quest’opera di fronte all’assurdità del mondo che la circonda.
Britten, pacifista convinto, si serve di un libretto di innegabile qualità letteraria - uno dei parallelismi tra Henze e Britten è la cura nella scelta di libretti di ottimo livello per le proprie opere - per presentare le conseguenze di un’aggressione (premeditata o meno) del più forte sul più debole.
“Che nessuna donna viva disonorata” : sono le estreme parole di Lucrezia prima del suicidio (“per onore”, appunto). Ma la morte della disonorata Lucrezia simboleggiava il crollo di una monarchia disonorevole. Questa morte volontaria fu la prima pietra della Repubblica romana. L’evento, che Tito Livio racconta in “Ad Urbe condita” e Ovidio dettagliatamente illustra nei “Fasti” , è una lezione di come la politica, condotta privatamente dai governanti, abbia (o dovrebbe avere) conseguenze pubbliche.
Al tempo stesso Britten, creando un affresco sonoro di coinvolgente bellezza, cerca di risvegliare in noi un sentimento di commiserazione nei confronti della vittima e ci congeda con un finale concertante in cui all’angosciante domanda “Is it all?”, le voci rispondono con una malinconia quasi Passacaglia che recita: “Ora, con parole esauste e con queste scarne note, tentiamo di decorare di canto la tragedia umana”.

Nella sua prefazione alla biografia di Xavier de Gaulle “Benjamin Britten o l’impossibile calma”, André Tubeuf scrisse: “alla sua morte Britten è sempre stato considerato un outsider, un marginale convinto, ma che ha messo il suo coraggio, il suo orgoglio nello scopo di rimanere come tale, nonostante il riconoscimento pubblico di cui ha goduto. […] Era già molto che, al momento della sua morte, Britten fosse già uscito dal cerchio del sospetto in cui lo aveva rinchiuso la sua indomabile indipendenza: di gusto, di ironia, e soprattutto le sue fortissime convinzioni umane ed artistiche. Almeno il messaggio di “Peter Grimes”, del “Turn of the screw”, del “War Requiem” è stato percepito da parte di un pubblico illuminato”.

Ringraziando la RSI e la SUPSI con la Scuola Teatro Dimitri, il DACD, il Conservatorio, strutture che hanno collaborato intensamente per mesi nella realizzazione di questa impegnativa stagione, i sostenitori e il nostro pubblico per l’entusiasmo e la fedeltà, Vi diamo dunque appuntamento alla prossima rassegna “900 presente”, per nuove avventure musicali e nuove fantasie sonore.


Arturo Tamayo

st.wwwsupsi@supsi.ch