Conosciamo i Professori del DTI: intervista a Giovanni Maria Pavan
04 novembre 2020
Il Prof. Pavan, responsabile del Laboratorio di Scienza dei Materiali Computazionale presso l’Istituto di ingegneria meccanica e tecnologia dei materiali del Dipartimento tecnologie innovative della SUPSI, si presenta rispondendo ad una breve intervista sul suo percorso personale e professionale.
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Come riassumerebbe il percorso personale e accademico che l’ha portata a realizzare questo importante traguardo professionale?

Il percorso accademico che mi ha portato a diventare professore lo potrei definire con tre aggettivi: poco convenzionale (dal punto di vista accademico), molto “personale” e entusiasmante. Nella mia carriera, come priorità ho sempre seguito gli argomenti di ricerca che mi davano entusiasmo, motivazione e soddisfazione personale. Questo mi ha permesso di impegnarmi molto, di ottenere risultati di buon livello e una identità scientifica chiara e distinguibile già nei primi anni della mia carriera. Seguendo il mio carattere e indole personale, per me è stato naturale cercare di crearmi una indipendenza scientifica. Questo mi ha portato a misurarmi con sfide e obiettivi ambiziosi (ad esempio, a competere per richieste di finanziamento, pubblicazione articoli su riviste a alto impatto, ecc.). Mi sono messo completamente in gioco, e ho incontrato anche delusioni e sconfitte. Mettendo tutto me stesso nelle idee che proponevo o volevo intraprendere, a volte mi sono trovato anche a dubitare di avere il livello necessario per farcela. Dopo anni di impegno e lavoro, però, devo dire che mi è andata bene: ho raggiunto risultati buoni e avuto anche grandi soddisfazioni. Ho incontrato molte persone e scienziati di alto livello che mi hanno onorato della loro collaborazione e, confrontandomi con loro, ho potuto crescere. Ora che sono diventato professore, però, devo dire che non vivo questo come un obiettivo finale raggiunto, ma piuttosto come un nuovo entusiasmante inizio – in realtà non vedo l’ora di vedere cosa mi aspetta nel prossimo futuro.

Se non avesse fatto questo lavoro, che cosa le sarebbe piaciuto diventare? Ha sempre voluto specializzarsi in questo campo?

Fin da piccolo ho sempre voluto fare lo scienziato. Mi interessavano le scienze di base: fisica, matematica, chimica, e anche la geologia. In certe fasi del mio percorso, ho titubato a mettermi completamente in gioco e ho valutato altre possibili strade – erano anni in cui buttarsi nella ricerca scientifica era sinonimo di “pochi soldi e precariato”. Ero un ingegnere, quindi in linea di principio potevo avere varie opportunità professionali. Alcune le ho anche esplorate in prima persona dopo la laurea. Alla fine però ho capito che la mia strada era quella di accettare il rischio (e la sfida) e di seguire la passione che avevo fin da piccolo. Cosi mi sono buttato nella ricerca scientifica senza riserve.

Qual è la parte più impegnativa e quale la più appagante della sua professione?

La parte più impegnativa è quella legata alla “pressione” a cui si è sottoposti per essere sempre all’avanguardia in un mondo eternamente competitivo. A volte il fatto di vivere e respirare costantemente competizione - per poter semplicemente mantenere il proprio gruppo di ricerca e anche solo esplorare le idee che si hanno in testa - può essere davvero pressante. Il mondo della ricerca è un mondo in cui devi sempre “convincere qualcuno” che la tua idea è promettente ma il “no” è una parte integrante del lavoro e della vita dello scienziato. Per questo, anche i piccoli successi danno gioia e soddisfazioni molto grandi. Il fatto di avere un’idea rivelatrice, o ad esempio di capire come funzionino sistemi molto complessi il cui comportamento era inspiegato, mi dà continue motivazioni a andare sempre più avanti.

Domanda libera: Quali ritiene siano gli aspetti positivi di fare ricerca (anche di base) alla SUPSI?

Ritengo che uno dei lati più positivi di fare ricerca alla SUPSI sia la dinamicità dell’ambiente. Penso che la SUPSI sia, in generale, un posto meritocratico dove, se ci si impegna e si portano risultati, ci si può mettere in luce e progredire. Questo è quello che è successo a me, ad esempio. In generale è un posto dove, se si vuole, si possono fare cose anche importanti. Da quando ci sono entrato, anni fa, l’ho sempre vista cambiare ed evolvere. Penso sia un luogo dove in generale le individualità possono emergere. E ritengo che questo sia un lato fondamentale per un’istituzione che ambisce a ospitare ricerca di alto livello.

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