Grooving to Grow: musica e ricerca nei centri per minori stranieri non accompagnati
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Il progetto Grooving to Grow, finanziato da Innosuisse, mira a migliorare le condizioni di chi vive e lavora nei centri di accoglienza per minori stranieri non accompagnati attraverso la musica. In Ticino, questi foyers sono gestiti dalla Croce Rossa e sono caratterizzati da una forte mobilità, sia degli utenti sia del personale. Si tratta di realtà complesse, dove la ristrettezza di risorse educative e l’alto turnover degli operatori rendono difficile costruire strumenti stabili a beneficio della comunità del centro.
“L’arrivo in Ticino dei minori stranieri soli è spesso preceduto da un viaggio lungo diversi anni” spiega Laura Bertini, docente-ricercatrice senior presso il Centro documentazione e ricerca sulle migrazioni SUPSI. “Spesso giungono dall’Africa orientale attraverso la Libia o dal Medio Oriente passando dall’Iran. In questi percorsi subiscono, tra altre mille sofferenze, anche una deprivazione educativa che può durare anni”.
Una volta arrivati, i ragazzi si confrontano con il sistema formativo svizzero, che richiede tappe precise prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. “Molti desiderano inserirsi subito e iniziare a lavorare, per sostenere le proprie famiglie, per ripagare il viaggio. Questo crea una tensione con un sistema che invece richiede un percorso formativo strutturato”, continua Bertini. Educatrici ed educatori sono chiamati ad accompagnare questi giovani nel loro sviluppo personale e formativo, in un contesto tutt’altro che semplice. “Il contesto professionale è difficile non solo per il vissuto dei ragazzi, ma anche per le condizioni di lavoro, dove l’investimento è minore rispetto ad altri ambiti educativi”, sottolinea Bertini.
Ne deriva un forte turnover delle équipe educative. “Riassumendo, la normalità per questi centri è il cambiamento”. In queste condizioni, la costruzione di relazioni significative, alla base di ogni percorso educativo, è continuamente messa alla prova. Il benessere diventa quindi una questione condivisa: “Se non stanno bene gli operatori, non possono stare bene neanche i ragazzi, e viceversa”.
Da qui nasce l’idea di proporre e valutare l’impatto di interventi basati sulla musica sulle relazioni all’interno dei centri. “Alla luce di evidenze sempre più numerose, riconosciute anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in un rapporto del 2019, abbiamo pensato di intervenire con attività musicali in contesti di alta vulnerabilità” spiega Paolo Paolantonio, docente ricercatore presso la Scuola universitaria di Musica della Svizzera italiana e responsabile musicale del progetto. “La musica, proposta con determinate modalità, può favorire forme di ‘mutual recovery’, uno scambio di benefici tra ragazzi e operatori che crea un circolo virtuoso”, aggiunge.
Il progetto si articola in 28 mesi e prevede tre programmi di attività di dieci settimane ciascuno, a partire da una fase pilota in avvio ad aprile che servirà a testare la metodologia individuata con il supporto di tutte le parti coinvolte. Le attività includono musica di gruppo, canto, strumenti a percussione e oggetti di uso comune, senza richiedere competenze pregresse. Ad affiancare gli educatori ci saranno docenti della Scuola universitaria di musica e alumni del Conservatorio con esperienza nel campo. “D’altra parte, precisa Paolantonio, il ricorso a queste modalità di fare musica, con le dovute differenze, è stata applicata in altri contesti come quello della terza e quarta età, della malattia di Parkinson, delle neurodivergenze e e delle disabilità congenite”.
La realizzazione del progetto è stata preceduta da un importante lavoro preparatorio. “Abbiamo dedicato sette mesi alla fase di costruzione insieme alla direzione dei foyers della Croce Rossa e alle équipe educative”, spiega Bertini. “È stato necessario capire come integrare un’attività di questo tipo in un contesto in continuo cambiamento, individuando tempi, spazi e modalità condivise”.
Questo lavoro ha portato a definire un modello adattato alle condizioni reali dei centri, segnate da cambiamenti strutturali e riduzione delle équipe. Dal punto di vista scientifico, Grooving to Grow si basa su un approccio di ricerca-azione partecipativa. “La metodologia è completamente co-costruita con i partner”, sottolinea Paolantonio. “Tutti i soggetti coinvolti contribuiscono alla costruzione della conoscenza, in un processo che si adatta nel tempo”. Un’impostazione che si configura come transdisciplinare, mettendo in dialogo saperi accademici ed esperienze sul campo. “In questo tipo di contesto non è realistico applicare rigidamente modelli di ricerca standard”, aggiunge Paolantonio. “L’approccio è etnografico e si sviluppa attraverso fasi di co-costruzione, anche rispetto al coinvolgimento dei partecipanti, passo dopo passo”.
In una realtà in cui “la normalità è il cambiamento”, la sfida è introdurre pratiche che richiedono continuità e regolarità. Il progetto intende testare un modello capace di sostenere le relazioni e il benessere all’interno delle comunità educative, tenendo insieme le esigenze dei ragazzi e quelle degli operatori.
Una volta arrivati, i ragazzi si confrontano con il sistema formativo svizzero, che richiede tappe precise prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. “Molti desiderano inserirsi subito e iniziare a lavorare, per sostenere le proprie famiglie, per ripagare il viaggio. Questo crea una tensione con un sistema che invece richiede un percorso formativo strutturato”, continua Bertini. Educatrici ed educatori sono chiamati ad accompagnare questi giovani nel loro sviluppo personale e formativo, in un contesto tutt’altro che semplice. “Il contesto professionale è difficile non solo per il vissuto dei ragazzi, ma anche per le condizioni di lavoro, dove l’investimento è minore rispetto ad altri ambiti educativi”, sottolinea Bertini.
Ne deriva un forte turnover delle équipe educative. “Riassumendo, la normalità per questi centri è il cambiamento”. In queste condizioni, la costruzione di relazioni significative, alla base di ogni percorso educativo, è continuamente messa alla prova. Il benessere diventa quindi una questione condivisa: “Se non stanno bene gli operatori, non possono stare bene neanche i ragazzi, e viceversa”.
Da qui nasce l’idea di proporre e valutare l’impatto di interventi basati sulla musica sulle relazioni all’interno dei centri. “Alla luce di evidenze sempre più numerose, riconosciute anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in un rapporto del 2019, abbiamo pensato di intervenire con attività musicali in contesti di alta vulnerabilità” spiega Paolo Paolantonio, docente ricercatore presso la Scuola universitaria di Musica della Svizzera italiana e responsabile musicale del progetto. “La musica, proposta con determinate modalità, può favorire forme di ‘mutual recovery’, uno scambio di benefici tra ragazzi e operatori che crea un circolo virtuoso”, aggiunge.
Il progetto si articola in 28 mesi e prevede tre programmi di attività di dieci settimane ciascuno, a partire da una fase pilota in avvio ad aprile che servirà a testare la metodologia individuata con il supporto di tutte le parti coinvolte. Le attività includono musica di gruppo, canto, strumenti a percussione e oggetti di uso comune, senza richiedere competenze pregresse. Ad affiancare gli educatori ci saranno docenti della Scuola universitaria di musica e alumni del Conservatorio con esperienza nel campo. “D’altra parte, precisa Paolantonio, il ricorso a queste modalità di fare musica, con le dovute differenze, è stata applicata in altri contesti come quello della terza e quarta età, della malattia di Parkinson, delle neurodivergenze e e delle disabilità congenite”.
La realizzazione del progetto è stata preceduta da un importante lavoro preparatorio. “Abbiamo dedicato sette mesi alla fase di costruzione insieme alla direzione dei foyers della Croce Rossa e alle équipe educative”, spiega Bertini. “È stato necessario capire come integrare un’attività di questo tipo in un contesto in continuo cambiamento, individuando tempi, spazi e modalità condivise”.
Questo lavoro ha portato a definire un modello adattato alle condizioni reali dei centri, segnate da cambiamenti strutturali e riduzione delle équipe. Dal punto di vista scientifico, Grooving to Grow si basa su un approccio di ricerca-azione partecipativa. “La metodologia è completamente co-costruita con i partner”, sottolinea Paolantonio. “Tutti i soggetti coinvolti contribuiscono alla costruzione della conoscenza, in un processo che si adatta nel tempo”. Un’impostazione che si configura come transdisciplinare, mettendo in dialogo saperi accademici ed esperienze sul campo. “In questo tipo di contesto non è realistico applicare rigidamente modelli di ricerca standard”, aggiunge Paolantonio. “L’approccio è etnografico e si sviluppa attraverso fasi di co-costruzione, anche rispetto al coinvolgimento dei partecipanti, passo dopo passo”.
In una realtà in cui “la normalità è il cambiamento”, la sfida è introdurre pratiche che richiedono continuità e regolarità. Il progetto intende testare un modello capace di sostenere le relazioni e il benessere all’interno delle comunità educative, tenendo insieme le esigenze dei ragazzi e quelle degli operatori.