Negli anni, diverse ricerche hanno documentato come il cervello materno cambi e si adatti a seguito della gravidanza. Studi più recenti hanno però posto una domanda più ampia, chiedendosi cosa accada al cervello di tutti i caregiver con l'arrivo della genitorialità. James Swain, psichiatra e neuroscienziato della Stony Brook University, ha indagato come il legame genitore-bambino produca cambiamenti comportamentali e neurali. In una delle sue ricerche, ha osservato come il cervello delle madri risponda al pianto dei neonati con un'attività nelle regioni uditive e nelle strutture più profonde legate alla motivazione. Il cervello dei padri mostrava inizialmente un quadro differente, ma tra i tre e i sei mesi dopo il parto evidenziava anch'esso un'attività più estesa nelle medesime aree.
Questa scoperta solleva una questione più ampia: cosa determina effettivamente lo sviluppo del cervello genitoriale? I ricercatori sospettano sempre più che possa esserci più di una risposta. Gli ormoni della gravidanza potrebbero preparare il cervello attraverso un potente meccanismo biologico. Ma la cura ripetuta (tenere in braccio, nutrire, calmare, osservare, preoccuparsi, rispondere) potrebbe modellare il cervello attraverso l’esperienza.
Le ricerche indicano sempre più chiaramente che il cervello dei genitori è plasmato non solo dal sesso o dai fattori biologici, ma anche dal ruolo e dalle responsabilità.
Valentina Rotondi, Professoressa in tecnologie e salute pubblica alla SUPSI; lo scorso anno ha pubblicato uno studio condotto insieme a colleghi di altre università e finanziato dalla FIDINAM Foundation, nel quale ha esaminato le possibili associazioni a lungo termine tra genitorialità e struttura cerebrale, tra genitorialità e benessere, e il ruolo che le alterazioni cerebrali potrebbero svolgere nel plasmare il benessere delle madri.
Intervistata da National Geographic, sottolinea come l'esperienza vissuta di chi si prende cura sia imprescindibile per comprendere questi cambiamenti. "L'assistenza non è semplicemente uno stato biologico", afferma, "è una condizione di richiesta continua, emotiva e relazionale."
Prendersi cura di qualcuno significa anticiparne i bisogni, gestire imprevisti, monitorare rischi, coordinare l'assistenza e restare mentalmente “in servizio” anche nei momenti di apparente quiete. È un'attenzione costante, che occupa spazio nella vita quotidiana tanto quanto qualsiasi fattore biologico.
“Uno dei rischi nel concentrarsi solo sulla biologia”, osserva la Prof.ssa Rotondi, “è che si finisca per individualizzare quelli che sono spesso problemi strutturali”. Congedi retribuiti, accesso ai servizi per l'infanzia, flessibilità lavorativa, sicurezza economica, supporto relazionale e aspettative culturali: sono tutti fattori che plasmano profondamente l'esperienza della genitorialità.
I ricercatori stanno cercando di distinguere ciò che è biologico da ciò che è esperienziale, ma molte domande restano aperte. Non è ancora chiaro quali cambiamenti cerebrali dipendano dagli ormoni, quali dall'assistenza diretta, e come queste forze si intreccino tra loro.
Ancora meno si sa su genitori adottivi, nonni, coppie dello stesso sesso e famiglie non tradizionali, o su chi si prende cura di altri in contesti socioeconomici e culturali diversi. Inoltre, non si comprende appieno quando un’elevata vigilanza sia adattiva e quando invece sfoci in ansia, depressione o disagio ossessivo.
Ciononostante, il settore si sta orientando verso una comprensione più ampia di come gli esseri umani si adattino alla cura.
“Prendersi cura degli altri è impegnativo perché gli esseri umani sono profondamente interdipendenti”, afferma. “La vulnerabilità dei bambini, la malattia, l’invecchiamento e la dipendenza non sono eccezioni nella vita umana; ne sono invece elementi centrali”.
Articolo originale:
Howard H. (2026): How caring for a child may reshape your brain—even without pregnancy, National Geographic. (Consultato il 16 giugno 2026). Disponibile da: https://www.nationalgeographic.com/health/article/how-caregiving-changes-the-brain