Sara Pella
S. Pella - Accompagnare chi accompagna: la sfida educativa del Responsabile Pratico
SUPSI Image Focus
Sara Pella descrive il CAS Responsabile Pratico SUPSI come un passaggio significativo di crescita: l’ha aiutata a chiarire ruolo e responsabilità, a rafforzare le competenze comunicative e a riflettere sul lavoro in équipe. Ritiene che il corso sia stato utile per acquisire strumenti concreti e per valorizzare il proprio operato nell’accompagnamento formativo degli studenti.
La formazione degli operatori e delle operatrici sociali nel modello SUPSI prevede un’importante alternanza di teoria e pratica. Le conoscenze teorico-metodologiche proposte, in questo senso, trovano delle modalità di sperimentazione pratica attraverso degli stage in cui progressivamente si sviluppano competenze legate al sapere, al saper essere e al saper fare, nonché nei primi periodi della propria pratica lavorativa. Questi momenti formativi, tuttavia, prevedono la presenza di un Responsabile Pratico (RP) all’interno dell’istituzione sociale, il quale deve essere in grado di attivare percorsi di orientamento e accompagnamento formativo con gli operatori in formazione.
Il CAS Responsabile Pratico proposto dalla SUPSI mira a curare questo passaggio di natura meta-formativa, poiché comporta l’assunzione di un ruolo di accompagnamento formativo di figure che a loro volta lavoreranno con quest’ottica. Ciò significa, in accordo con i principi della formazione permanente e dell’educazione degli adulti, assumere un ruolo educativo che in ambito pedagogico italiano viene definito come “di secondo livello”, volto ad accompagnare l’altro nell’assunzione e nell’esercizio del proprio ruolo in coerenza con i principi e gli approcci previsti del lavoro educativo e sociale.
Al fine di raccogliere spunti e impressioni inerenti a questo percorso formativo, abbiamo proposto delle domande a due degli ultimi partecipanti al corso, chiedendo loro di approfondire alcune questioni formative incontrate. La seconda intervistata è Sara Pella, educatrice della prima infanzia, prima presso USI SUPSInido a Viganello e, da agosto 2025, presso SUPSInido, nella sede di Manno. Si tratta di un asilo nido che accoglie bambini dai 4 mesi ai 3/4 anni, rivolto prioritariamente alle famiglie Supsi, ma a disposizione anche delle famiglie esterne residenti nel territorio.
Il CAS Responsabile Pratico proposto dalla SUPSI mira a curare questo passaggio di natura meta-formativa, poiché comporta l’assunzione di un ruolo di accompagnamento formativo di figure che a loro volta lavoreranno con quest’ottica. Ciò significa, in accordo con i principi della formazione permanente e dell’educazione degli adulti, assumere un ruolo educativo che in ambito pedagogico italiano viene definito come “di secondo livello”, volto ad accompagnare l’altro nell’assunzione e nell’esercizio del proprio ruolo in coerenza con i principi e gli approcci previsti del lavoro educativo e sociale.
Al fine di raccogliere spunti e impressioni inerenti a questo percorso formativo, abbiamo proposto delle domande a due degli ultimi partecipanti al corso, chiedendo loro di approfondire alcune questioni formative incontrate. La seconda intervistata è Sara Pella, educatrice della prima infanzia, prima presso USI SUPSInido a Viganello e, da agosto 2025, presso SUPSInido, nella sede di Manno. Si tratta di un asilo nido che accoglie bambini dai 4 mesi ai 3/4 anni, rivolto prioritariamente alle famiglie Supsi, ma a disposizione anche delle famiglie esterne residenti nel territorio.
La formazione degli operatori e delle operatrici sociali nel modello SUPSI prevede un’importante alternanza di teoria e pratica. Le conoscenze teorico-metodologiche proposte, in questo senso, trovano delle modalità di sperimentazione pratica attraverso degli stage in cui progressivamente si sviluppano competenze legate al sapere, al saper essere e al saper fare, nonché nei primi periodi della propria pratica lavorativa. Questi momenti formativi, tuttavia, prevedono la presenza di un Responsabile Pratico (RP) all’interno dell’istituzione sociale, il quale deve essere in grado di attivare percorsi di orientamento e accompagnamento formativo con gli operatori in formazione.
Il CAS Responsabile Pratico proposto dalla SUPSI mira a curare questo passaggio di natura meta-formativa, poiché comporta l’assunzione di un ruolo di accompagnamento formativo di figure che a loro volta lavoreranno con quest’ottica. Ciò significa, in accordo con i principi della formazione permanente e dell’educazione degli adulti, assumere un ruolo educativo che in ambito pedagogico italiano viene definito come “di secondo livello”, volto ad accompagnare l’altro nell’assunzione e nell’esercizio del proprio ruolo in coerenza con i principi e gli approcci previsti del lavoro educativo e sociale.
Al fine di raccogliere spunti e impressioni inerenti a questo percorso formativo, abbiamo proposto delle domande a due degli ultimi partecipanti al corso, chiedendo loro di approfondire alcune questioni formative incontrate. La seconda intervistata è Sara Pella, educatrice della prima infanzia, prima presso USI SUPSInido a Viganello e, da agosto 2025, presso SUPSInido, nella sede di Manno. Si tratta di un asilo nido che accoglie bambini dai 4 mesi ai 3/4 anni, rivolto prioritariamente alle famiglie Supsi, ma a disposizione anche delle famiglie esterne residenti nel territorio.
Il CAS Responsabile Pratico proposto dalla SUPSI mira a curare questo passaggio di natura meta-formativa, poiché comporta l’assunzione di un ruolo di accompagnamento formativo di figure che a loro volta lavoreranno con quest’ottica. Ciò significa, in accordo con i principi della formazione permanente e dell’educazione degli adulti, assumere un ruolo educativo che in ambito pedagogico italiano viene definito come “di secondo livello”, volto ad accompagnare l’altro nell’assunzione e nell’esercizio del proprio ruolo in coerenza con i principi e gli approcci previsti del lavoro educativo e sociale.
Al fine di raccogliere spunti e impressioni inerenti a questo percorso formativo, abbiamo proposto delle domande a due degli ultimi partecipanti al corso, chiedendo loro di approfondire alcune questioni formative incontrate. La seconda intervistata è Sara Pella, educatrice della prima infanzia, prima presso USI SUPSInido a Viganello e, da agosto 2025, presso SUPSInido, nella sede di Manno. Si tratta di un asilo nido che accoglie bambini dai 4 mesi ai 3/4 anni, rivolto prioritariamente alle famiglie Supsi, ma a disposizione anche delle famiglie esterne residenti nel territorio.
Quali sono state le motivazioni per cui avete scelto di frequentare il CAS Responsabile Pratico? Quali aspettative riponevate in esso?
La decisione di frequentare il CAS Responsabile Pratico è scaturita da una duplice motivazione.
In primo luogo, dalla necessità della struttura presso la quale opero di disporre di una figura abilitata ad accogliere studenti in formazione, esigenza che ha reso opportuna la mia qualificazione in tale ruolo.
In secondo luogo, la partecipazione è dipesa da una forte motivazione personale. Durante le mie pregresse esperienze come stagista, ho potuto osservare in prima persona quanto il ruolo del responsabile pratico possa influenzare, in modo decisivo, l’andamento e la qualità dell’esperienza di stage. Una figura attenta, competente e presente può fare davvero la differenza nel percorso di apprendimento dello studente, sostenendolo nel suo sviluppo professionale e personale. È proprio da questa consapevolezza che è nato il desiderio di formarmi al meglio per diventare una responsabile pratica attenta, disponibile e capace di offrire un accompagnamento di qualità.
Riponevo nel corso l’aspettativa di acquisire strumenti teorici e pratici utili a chiarire i confini e le responsabilità del ruolo, nonché di imparare a gestire in modo più consapevole e strutturato la relazione educativa con lo studente. Mi interessava approfondire come costruire un clima di apprendimento che fosse al tempo stesso accogliente, stimolante e orientato allo sviluppo delle competenze. Ritenevo inoltre fondamentale comprendere in maniera chiara quali fossero le attese e le linee guida che SUPSI rivolge ai responsabili pratici, e di acquisire maggiore familiarità con lo strumento di Bilancio delle competenze di pratica professionale.
Il corso per diventare RP propone la formazione a un ruolo dove si va a formare chi a sua volta assumerà un ruolo formativo nei confronti dei destinatari degli interventi educativi. Com’è stato per voi questo passaggio? Quali sono a vostro avviso gli snodi cruciali di questo percorso?
Diventare Responsabile Pratico rappresenta per me un passaggio significativo nel mio percorso di crescita professionale, poiché comporta l’assunzione di un ruolo che si situa tra la pratica quotidiana e la trasmissione di saperi, competenze e valori educativi. Si tratta di accompagnare chi, a sua volta, avrà una funzione formativa nei confronti dei destinatari finali degli interventi educativi. È un compito stimolante ma al tempo stesso delicato, che richiede attenzione, dedizione e un forte senso di responsabilità. È stimolante perché offre l’opportunità di rivedere criticamente il proprio agire professionale, di riflettere sulle competenze che si mettono in campo ogni giorno e di strutturarle in modo più consapevole. È delicato perché non si tratta semplicemente di trasmettere nozioni, ma di accogliere l’altro nella sua unicità. Non si tratta di imporre, ma di condividere, non si tratta di plasmare, ma di offrire strumenti affinché ciascuno possa trovare la propria forma. È anche un passaggio impegnativo, perché richiede un cambiamento di prospettiva: non si tratta più solo di “fare bene”, ma di saper trasmettere il senso del proprio operato, di accogliere il punto di vista dello studente e di sostenerlo nella costruzione della propria identità professionale.A mio avviso, gli snodi cruciali di questo percorso risiedono innanzitutto nell’acquisizione di una maggiore consapevolezza del proprio ruolo e delle proprie responsabilità. È fondamentale concedersi il tempo e lo spazio per osservare il proprio operato e attribuirgli un significato, affinché si possa diventare un riferimento positivo e funzionale.
Accanto al saper fare, occorre sviluppare la capacità di restituire ciò che si fa in modo comprensibile e costruttivo allo studente, offrendo strumenti critici che favoriscano l’apprendimento, l’autonomia e la conoscenza di sé, elementi centrali per la costruzione di una professionalità autentica e consapevole.
Quali sono i temi o i momenti che vi hanno più colpito di questa formazione? Ci sono degli elementi trasversali che trovano spazio nella vostra operatività quotidiana, non per forza connessa al ruolo di RP?
Uno dei temi che continua a confermarsi tra i miei preferiti è quello della comunicazione. Anche se molte delle nozioni affrontate durante il corso sono state, in parte, un ripasso di quanto appreso durante il Bachelor, ho trovato estremamente stimolante ritornarci con una nuova consapevolezza, maturata attraverso l’esperienza professionale. Mi affascina sempre pensare a quanto il nostro modo di comunicare sia lo specchio del nostro modo di stare in relazione con l’altro. La comunicazione non è mai neutra: ogni parola, ogni silenzio, ogni gesto porta con sé un significato e può influenzare profondamente la qualità della relazione con lo studente.
Mi colpisce riflettere sul peso che ha ogni parola per chi la ascolta, sulle conseguenze di ciò che viene detto in modo frettoloso, ambiguo o non calibrato, e su come questi elementi possano condizionare non solo la relazione educativa, ma anche il percorso di crescita dello studente, indirizzandolo – talvolta inconsapevolmente – verso una direzione piuttosto che un’altra. Un momento particolarmente significativo per me è stato quello dedicato alla simulazione dei colloqui. L’osservazione dei giochi di ruolo ha offerto uno spunto concreto per cogliere con nitidezza le dinamiche relazionali in atto: si percepivano chiaramente gli effetti delle scelte comunicative – i toni della voce, gli sguardi, la postura, le parole selezionate – e come queste potessero facilitare o al contrario irrigidire il confronto con l’altro. Senza dubbio, la comunicazione è un elemento che attraversa trasversalmente la mia operatività quotidiana, e credo che lo sia per chiunque lavori nel nostro settore. Si tratta di un’abilità da coltivare costantemente, poiché costituisce la base per costruire relazioni professionali sane, autentiche e orientate alla crescita reciproca.
In parallelo, ho trovato estremamente utile anche la riflessione su come funziona un sistema, in particolare l’équipe di lavoro. Lavorare in équipe è un delicato gioco di equilibri, dove ogni elemento influenza il funzionamento complessivo. Conoscerne i meccanismi, comprendere i ruoli, le dinamiche, le zone di criticità e le potenzialità, aiuta non solo a prevenire conflitti, ma anche a intervenire in modo più consapevole e mirato quando emergono tensioni. È un lavoro di cura continua del contesto, che richiede attenzione, ascolto e capacità di mediazione.