Giada Danesi
G. Danesi - Il potere trasformativo della ricerca sociale
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Giada Danesi, ricercatrice presso il Centro competenze cura, salute e società del DEASS, racconta il suo percorso accademico e professionale in ambito antropologico ed etnografico, riflettendo sull’importante ruolo della ricerca nelle scienze sociali per esplorare le pratiche quotidiane e le esperienze vissute, valorizzando l’alterità e promuovendo una comprensione critica della realtà. Un dialogo che mette in luce il valore della ricerca applicata e il suo potenziale trasformativo per la società.
Ci racconti del tuo percorso di studi e di cosa ti occupi alla SUPSI?
Dopo gli studi universitari in scienze etno-antropologiche e antropologia sociale in Italia (Università di Bologna) e in Francia (Université Lumière Lyon 2 ed École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi), dal 2023 sono attiva come ricercatrice presso il Centro competenze cura, salute e società del DEASS. Negli ultimi due anni ho lavorato su diversi progetti tra cui “Re-Work: Ritorno al lavoro dopo una diagnosi oncologica” e al progetto di ricerca europeo “Quality of life of patients living with vascular LIVEr diseaseS. Developing research on the social impact of rare diseases”. Inoltre, collaboro a progetti finanziati della Confederazione che ambiscono a coinvolgere le organizzazioni di pazienti nell’implementazione delle cure. A breve, inizierò una nuova collaborazione con HESAV, HEdS-GE e ZHAW su un progetto del Fondo Nazionale Svizzero (FNS) che studierà l’alimentazione, l’immagine corporea e i rischi nella transizione alla maternità.
Come ti sei avvicinata al mondo della ricerca? Cosa significa essere una ricercatrice?
Per me l’avvicinamento alla ricerca è stato un processo naturale. Durante i miei studi in antropologia ho condotto diverse ricerche etnografiche sulle pratiche alimentari e sulla salute di diverse popolazioni. Ho poi continuato con un dottorato sul tema della commensalità tra i giovani adulti in diversi paesi europei, sempre utilizzando un approccio etnografico e una prospettiva comparativa. In seguito, ho lavorato come ricercatrice post-dottorale a diversi progetti di ricerca nel Regno Unito e in Svizzera, che mi hanno avvicinato sempre di più agli studi sulla scienza e la tecnologia, in particolare grazie a un progetto sugli strumenti digitali di gestione del diabete (FNS, Università di Losanna) e a un progetto sul monitoraggio digitale dell’alimentazione (FNS, Università di San Gallo).
Dal punto di vista personale, essere ricercatrice significa scoprire sempre qualcosa di nuovo e avere la possibilità di entrare in contatto con esperienze, modi di vita e realtà diverse dalle mie, dalle quali posso apprendere differenti modi di pensare e di relazionarsi al mondo, nonché problematiche e difficoltà legate a situazioni personali, sociali e politiche che non mi riguardano direttamente. Credo, infatti, sia importante poter affacciarsi e relazionarsi con l'alterità.
Allo stesso tempo, dal punto di vista professionale, è naturale che dopo aver studiato scienze sociali si desideri mettere a frutto le proprie capacità di raccolta e riflessione e il proprio sguardo critico sulla società e sul mondo che ci circonda. Essere una ricercatrice in scienze sociali mi permette di dare voce a individui, gruppi e realtà a volte opache, silenziose o silenziate, di portare alla luce e allo stesso tempo di dare chiarezza a fenomeni, pratiche ed esperienze che non tutti noi abbiamo avuto l'opportunità di vivere e conoscere, rendendoli più visibili e accessibili alla società. Questo, a mio avviso, ha a che fare con una ricerca che si preoccupa di impegnarsi per smuovere qualcosa e trasformare e plasmare ciò che ci circonda in relazione a questi fenomeni.
Su quali temi si concentrano le tue ricerche?
Le mie ricerche si concentrano sulla salute e l’alimentazione e la loro digitalizzazione e, allo stesso tempo, sulla produzione e circolazione di conoscenze in questi ambiti.
Le attività di ricerca applicata SUPSI si contraddistinguono per la forte applicazione pratica; ci racconti di alcuni progetti che hai svolto e dell’impatto riscontrato sul territorio e sulla società?
Il progetto Re-Work ha permesso di far emergere più chiaramente a livello locale le difficoltà che le donne con una diagnosi di cancro al seno alle spalle vivono nel rientro al lavoro, nel ritrovare una normalità e questo attraverso un lavoro che spesso devono fare sole, dove possono contare solo sulle loro risorse personali, sociali e finanziarie. Le opportunità non son uguali per tutte in quanto non tutte possono contare sulle stesse risorse, basti pensare a persone con situazioni professionali e finanziarie precarie e/o con una rete sociale e familiare ridotta.
Un altro progetto, relativo alla qualità di vita di persone affette da malattie rare del fegato, ha senza dubbio permesso di dare voce a una realtà sommersa a livello nazionale e ancora di più cantonale. Trattandosi di malattie rare, solamente studi su larga scala permettono di coinvolgere una popolazione sufficientemente ampia dove mettere in dialogo gli interlocutori toccati dal fenomeno, ossia i pazienti, i familiari, le organizzazioni di pazienti, i clinici, i ricercatori e gli attori politici che devono impegnarsi nel migliorare non solo le aspettative ma anche la qualità di vita di queste persone.
Altri progetti a cui collaboro sono l’occasione invece di dare visibilità anche alla realtà del nostro cantone nel quadro di studi nazionali che mirano a migliorare il sistema sanitario svizzero tenendo conto delle specificità culturali, regionali e linguistiche.
Quali sono le tue ambizioni professionali per il futuro?
Vorrei rimanere ricercatrice e possibilmente professoressa nell’ambito delle scienze sociali della salute e sviluppare maggiormente quello che è la ricerca alla SUPSI sulle pratiche situate legate alla conoscenza nel contesto della cura, includendo anche il ruolo delle tecnologie digitali, continuando a collaborare a progetti nazionali e internazionali.
Su quale progetto vorresti lavorare in futuro?
Vorrei lavorare ad un progetto in cui credo molto e che analizza il fenomeno della legittimazione delle conoscenze dei pazienti nel sistema sanitario.