Oltre ai ricercatori e alle ricercatrici dei due poli universitari, attorno al tavolo si sono seduti rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, enti culturali, operatori del turismo, associazioni per la conservazione del territorio, curatori museali e realtà produttive come proprietari di cave e ordini professionali dei settori edile, culturale, turistico. Una rete di partner tuttora in crescita con l’obiettivo di rafforzare il ruolo della pietra locale, promuoverne la valorizzazione e contribuire a un turismo sostenibile dell’area transfrontaliera.
Le attività si articolano in due aree distinte, ognuna con i propri obiettivi specifici ma entrambe destinate a generare un effetto duraturo su comunità, operatori e territorio. La prima è l’Alpeggio di Madrera situato 1'400 m s.l.m. nello scenario delle Alpi Orobie in Valtellina. In questo luogo riconosciuto dal FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano, l’obiettivo è creare un laboratorio all’aperto per sperimentare il restauro conservativo di edifici rurali tradizionali in pietra locale e promuovere le tecniche costruttive storiche della Valtellina.
Più vicino a noi, il secondo luogo si sviluppa su un’area transfrontaliera dal patrimonio comune legato alla pietra locale del Ceresio. È il porfido rosa, che sulla sponda svizzera del Lago abbonda in grandi quantità. La piattaforma porfirica del Luganese inizia a Est alla base del Monte Generoso e riemerge dal Lago in corrispondenza di Morcote dove forma il Monte Arbostora. A Carona, l’uso del porfido è diffuso: si trova nelle mura delle case, nei gradini, nei ciottoli, nel sostegno dei grandi gradoni della piscina pubblica, tutti accomunati dallo stesso colore (porfido viene dal greco e significa “porpora”). Nel bosco che circonda il Santuario della Madonna d’Ongero giacciono i resti di una delle cave più importanti; la Chiesa di Santa Maria Assunta di Torello, poco lontana, è anch’essa tutta in porfido.
Un materiale apprezzato in ogni epoca. “A Carona, del resto, il porfido rosa veniva estratto fin dall’epoca romana e portato nella capitale dell’Impero per adornare residenze di prestigio; oggi il Comune di Paradiso lo utilizza come elemento costruttivo distintivo”, spiega Annalisa Rollandi, ricercatrice dell’Istituto scienze della Terra della SUPSI (Dipartimento ambiente costruzioni e design).
L’obiettivo è tutelare il patrimonio culturale e costruttivo locale e renderlo fruibile, coinvolgendo cittadinanza, associazioni, scuole e operatori turistici e culturali. Il progetto si sviluppa come una rete sempre aperta al contributo di nuovi partner interessati alla valorizzazione di questo patrimonio. Oggi, tra i partner associazioni come il Laboratorio Carona e il Museo della Valle di Muggio, attivo nella valorizzazione della storia geologica e dell’uso delle piode come elemento costruttivo.
Sul piano divulgativo, il progetto prevede la realizzazione di un museo diffuso all’aperto e itinerari tematici nel paesaggio circostante. È inoltre prevista la riattivazione di una cava per attività didattiche ed estrattive, così come l’organizzazione di una mostra itinerante con incontri e azioni di sensibilizzazione. Ancora Annalisa Rollandi, “l’Istituto scienze della Terra della SUPSI è chiamato a documentare e caratterizzare le pietre del Ceresio, attraverso una mappatura delle cave storiche e attive e a raccogliere dati per la valorizzazione geoculturale del territorio. Contribuisce inoltre alla progettazione di contenuti formativi per professionisti dell’edilizia e del turismo e alla definizione degli itinerari sul territorio”.
A unire i due ambiti del progetto, Madrera e il territorio del Ceresio, è la volontà di garantire la ripetibilità e la sostenibilità degli interventi. Gli strumenti formativi, le azioni di sensibilizzazione e le reti di collaborazione mirano a consolidare nel tempo le buone pratiche sviluppate, valorizzando il patrimonio della pietra.