Re-Work – Ritorno al lavoro dopo una diagnosi oncologica
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Secondo la Lega contro il cancro oggi, in Svizzera, il 70% dei pazienti affetti da neoplasie è ancora in vita cinque anni dopo la diagnosi di cancro. Questo dato equivale a una riduzione della mortalità di circa un terzo rispetto agli anni Ottanta. L'aumento dell'aspettativa di vita grazie ai progressi della medicina è una notizia positiva, che tuttavia porta con sé nuove sfide sociali. Tra queste, l'aumento dei pazienti oncologici e della loro speranza di vita pone la questione del loro reinserimento professionale.
Ritornare al lavoro è una fase cruciale per la maggior parte dei pazienti in remissione dalla malattia. È una condizione importante per l’autostima, per la stabilità finanziaria e per l’integrazione sociale; aiuta a sentirsi parte attiva della società e, in generale, è un aspetto rilevante anche in ottica terapeutica. Se la ripresa lavorativa è problematica per ogni paziente oncologico, lo è ancora di più nel caso di pazienti donne, più vulnerabili sul mercato del lavoro.
Proprio l’impatto delle diagnosi di tumori al seno sulla traiettoria professionale delle donne è il tema che la Dr.ssa Simona Di Lascio, oncologa all’EOC nel 2020, ha portato all’attenzione delle Professoresse Maria Caiata Zufferey e Valentina Rotondi. La Dr.ssa Di Lascio osservava inciampi e virate nei percorsi professionali delle sue pazienti. Dal punto di vista strettamente clinico, questi intoppi sembravano non avere una giustificazione evidente, suggerendo così che a scompigliare le traiettorie professionali fossero in realtà dei fattori socioculturali.
Nel 2022 è stato quindi avviato uno studio finanziato dall’Associazione Anna dai capelli corti - nata nell’ambito del Centro di Senologia della Svizzera italiana - e dall’Istituto oncologico della Svizzera italiana, per approfondire questa situazione e trovare modi per supportare queste donne nel loro percorso di recupero e di reinserimento nel mondo del lavoro.
Lo studio, finora circoscritto alla realtà ticinese, ha adottato un approccio quantitativo e uno qualitativo. Lo studio quantitativo ha valutato l'impatto della diagnosi di tumore al seno sul ritorno al lavoro con un’analisi di dati longitudinali svizzeri e un questionario somministrato a circa 80 donne, principalmente associate all'Associazione.
Lo studio qualitativo si è invece concentrato sul punto di vista delle donne, ha dato loro la possibilità di esprimersi per cogliere, attraverso le loro testimonianze, le condizioni del ritorno al lavoro e le criticità che lo caratterizzano. Sono state condotte 19 interviste approfondite con donne residenti in Ticino e attualmente impegnate professionalmente, a cui era stato diagnosticato un tumore al seno negli ultimi tre anni.
Alla raccolta e all’analisi dei dati qualitativi ha collaborato la studentessa del master in cure infermieristiche alla SUPSI Mirela Pashova. All’analisi dei dati quantitativi hanno invece collaborato il ricercatore SUPSI Salvatore Maione e il dottorando Matteo Alessandro Ruberto seguito dalla Professoressa Rotondi.
Lo studio si concretizzerà con un rapporto conclusivo e una pubblicazione, e sebbene ci si stia avviando verso la fase finale è già possibile anticipare tre risultati significativi.
Maria Caiata Zufferey conferma innanzitutto che la diagnosi di tumore al seno ha effettivamente un impatto sulla traiettoria professionale delle donne: in particolare, sembra che ci sia una maggiore probabilità di disoccupazione dopo una diagnosi di tumore al seno, ma soprattutto emerge una maggiore probabilità di riduzione del tempo di lavoro in seguito a tale diagnosi.
Il secondo risultato mette in luce il fatto che il ritorno al lavoro sia a sua volta un lavoro a tutti gli effetti: richiede un impegno su molteplici fronti e inizia già durante le cure, per proseguire anche dopo la ripresa dell’attività professionale.
Per queste persone il reinserimento professionale è “in primo luogo un lavoro strategico: le donne devono imparare a gestire il proprio corpo, a essere attente ai segnali fisiologici, a comprendere quali attività possono svolgere e per quanto tempo. Devono anche trovare un equilibrio tra lavoro, vita familiare e domestica, pianificare il rientro e negoziarlo con il datore di lavoro, il medico e il partner. Inoltre, devono gestire le informazioni sulla loro malattia, adattandole e calibrandole a seconda degli interlocutori”.
Ma, oltre ad essere un lavoro strategico, continua Maria Caiata Zufferey, il ritorno al lavoro “è anche un lavoro identitario: esso rappresenta il momento di un crocevia esistenziale in cui ci si interroga su come si desidera riaffermare il controllo sulla propria vita, e su quale tipo di normalità si vuole ritrovare. Emergono domande cruciali riguardo alle priorità dell’esistenza e ci si impegna in un processo di redifinizione, in particolare del ruolo che si vuole dare al lavoro, alla salute e alla propria realizzazione personale. È dunque un periodo di incertezza esistenziale, spesso vissuto in solitudine dalla donna”.
Il terzo risultato riguarda quelle donne che hanno la sfortuna di perdere il lavoro a ridosso della malattia. In questi casi le cose si fanno terribilmente complicate. Conclude Maria Caiata Zufferey: ”In questo caso a ostacolare il rientro è un vuoto di protezione sociale, così come il problema dell’autocertificazione del proprio stato di salute al momento della postulazione per un nuovo impiego”.
In attesa del completamento dello studio, le ricercatrici valutano di estendere il progetto su scala nazionale. L’intento è esplorare il ritorno al lavoro in relazione ad altre tipologie di tumori e considerare una casistica che includa anche gli uomini, al fine di comprendere meglio le specificità legate al genere.
Proprio l’impatto delle diagnosi di tumori al seno sulla traiettoria professionale delle donne è il tema che la Dr.ssa Simona Di Lascio, oncologa all’EOC nel 2020, ha portato all’attenzione delle Professoresse Maria Caiata Zufferey e Valentina Rotondi. La Dr.ssa Di Lascio osservava inciampi e virate nei percorsi professionali delle sue pazienti. Dal punto di vista strettamente clinico, questi intoppi sembravano non avere una giustificazione evidente, suggerendo così che a scompigliare le traiettorie professionali fossero in realtà dei fattori socioculturali.
Nel 2022 è stato quindi avviato uno studio finanziato dall’Associazione Anna dai capelli corti - nata nell’ambito del Centro di Senologia della Svizzera italiana - e dall’Istituto oncologico della Svizzera italiana, per approfondire questa situazione e trovare modi per supportare queste donne nel loro percorso di recupero e di reinserimento nel mondo del lavoro.
Lo studio, finora circoscritto alla realtà ticinese, ha adottato un approccio quantitativo e uno qualitativo. Lo studio quantitativo ha valutato l'impatto della diagnosi di tumore al seno sul ritorno al lavoro con un’analisi di dati longitudinali svizzeri e un questionario somministrato a circa 80 donne, principalmente associate all'Associazione.
Lo studio qualitativo si è invece concentrato sul punto di vista delle donne, ha dato loro la possibilità di esprimersi per cogliere, attraverso le loro testimonianze, le condizioni del ritorno al lavoro e le criticità che lo caratterizzano. Sono state condotte 19 interviste approfondite con donne residenti in Ticino e attualmente impegnate professionalmente, a cui era stato diagnosticato un tumore al seno negli ultimi tre anni.
Alla raccolta e all’analisi dei dati qualitativi ha collaborato la studentessa del master in cure infermieristiche alla SUPSI Mirela Pashova. All’analisi dei dati quantitativi hanno invece collaborato il ricercatore SUPSI Salvatore Maione e il dottorando Matteo Alessandro Ruberto seguito dalla Professoressa Rotondi.
Lo studio si concretizzerà con un rapporto conclusivo e una pubblicazione, e sebbene ci si stia avviando verso la fase finale è già possibile anticipare tre risultati significativi.
Maria Caiata Zufferey conferma innanzitutto che la diagnosi di tumore al seno ha effettivamente un impatto sulla traiettoria professionale delle donne: in particolare, sembra che ci sia una maggiore probabilità di disoccupazione dopo una diagnosi di tumore al seno, ma soprattutto emerge una maggiore probabilità di riduzione del tempo di lavoro in seguito a tale diagnosi.
Il secondo risultato mette in luce il fatto che il ritorno al lavoro sia a sua volta un lavoro a tutti gli effetti: richiede un impegno su molteplici fronti e inizia già durante le cure, per proseguire anche dopo la ripresa dell’attività professionale.
Per queste persone il reinserimento professionale è “in primo luogo un lavoro strategico: le donne devono imparare a gestire il proprio corpo, a essere attente ai segnali fisiologici, a comprendere quali attività possono svolgere e per quanto tempo. Devono anche trovare un equilibrio tra lavoro, vita familiare e domestica, pianificare il rientro e negoziarlo con il datore di lavoro, il medico e il partner. Inoltre, devono gestire le informazioni sulla loro malattia, adattandole e calibrandole a seconda degli interlocutori”.
Ma, oltre ad essere un lavoro strategico, continua Maria Caiata Zufferey, il ritorno al lavoro “è anche un lavoro identitario: esso rappresenta il momento di un crocevia esistenziale in cui ci si interroga su come si desidera riaffermare il controllo sulla propria vita, e su quale tipo di normalità si vuole ritrovare. Emergono domande cruciali riguardo alle priorità dell’esistenza e ci si impegna in un processo di redifinizione, in particolare del ruolo che si vuole dare al lavoro, alla salute e alla propria realizzazione personale. È dunque un periodo di incertezza esistenziale, spesso vissuto in solitudine dalla donna”.
Il terzo risultato riguarda quelle donne che hanno la sfortuna di perdere il lavoro a ridosso della malattia. In questi casi le cose si fanno terribilmente complicate. Conclude Maria Caiata Zufferey: ”In questo caso a ostacolare il rientro è un vuoto di protezione sociale, così come il problema dell’autocertificazione del proprio stato di salute al momento della postulazione per un nuovo impiego”.
In attesa del completamento dello studio, le ricercatrici valutano di estendere il progetto su scala nazionale. L’intento è esplorare il ritorno al lavoro in relazione ad altre tipologie di tumori e considerare una casistica che includa anche gli uomini, al fine di comprendere meglio le specificità legate al genere.