Marija Milosevic
M. Milosevic - Un’esperienza di mobilità che trasforma: il mio tirocinio a Phnom Penh
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Marija Milosevic è una studentessa in Cure infermieristiche presso il Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale (DEASS) della SUPSI. Ha effettuato uno stage di cooperazione internazionale in Cambogia a Phnom Penh, durante il semestre autunnale 2025/2026.
Qual è l’emozione più forte che ti sei portata a casa e che ancora oggi ti fa venire nostalgia della tua mobilità?
L’emozione più forte è stata il senso di umanità condivisa, anche nelle condizioni più difficili.
In Cambogia ho incontrato persone che vivevano con pochissimo, ma che conservavano una dignità, una gentilezza e una capacità di sorridere che mi hanno profondamente colpita.
Mi manca quella sensazione di essere immersa in una realtà che ti mette continuamente di fronte all’essenziale: l’incontro umano, lo sguardo delle persone, il valore di un gesto semplice di cura. Tendiamo molto a dare importanza a cose materiali e meno alle piccolezze che la vita ci offre quotidianamente, quelle che realmente ci fanno felici.
Grazie alla cooperazione internazionale, vivendo delle realtà diverse da quelle vissute in occidente, ho imparato a ridimensionare quelle che sono le mie reali necessità.
C’è stata un’esperienza inattesa, un incontro, una difficoltà, una scoperta, che ti ha fatto dire: “È per questo che vale la pena partire”?
Uno dei momenti più forti è stato quando siamo andati con la clinica mobile alla discarica di Phnom Penh, dove diverse famiglie vivono e lavorano tra i rifiuti.
In quel contesto ho capito quanto la salute non sia solo una questione medica, ma profondamente sociale e umana.
Nonostante le condizioni estreme, le persone ci accoglievano con gratitudine e fiducia. Quando riuscivano ad andare avanti nella vita con estrema positività e gratitudine nonostante i grossi problemi che affrontavano giornalmente.
È proprio per questo che vale la pena partire, per vedere il mondo con occhi diversi e comprendere davvero cosa significa prendersi cura degli altri, affrontare le difficoltà quotidiane e comprendere quali siano le reali necessità nella vita.
In che modo la vita quotidiana in Cambogia ti ha aiutata a crescere non solo come studentessa, ma anche come persona?
La Cambogia mi ha insegnato soprattutto l’umiltà e l’adattamento. Come studentessa infermiera proveniente da un sistema sanitario molto strutturato come quello svizzero, trovarmi in contesti con poche risorse mi ha obbligata a mettere in discussione molte certezze.
Ho imparato che la cura non passa solo attraverso la tecnologia o i protocolli, ma anche attraverso la relazione, l’ascolto e il rispetto della cultura dell’altro.Questa esperienza mi ha resa più consapevole dei miei limiti, ma anche delle mie risorse.
Guardando indietro, cosa diresti a uno studente indeciso che teme di uscire dalla propria “comfort zone”?
Direi che uscire dalla propria comfort zone può fare paura, ma è proprio lì che avvengono le trasformazioni più profonde.
Un’esperienza di mobilità non è solo uno stage: è un viaggio dentro culture, realtà e parti di sé che non si conoscevano ancora.Torni a casa trasformata.
Dalla Cambogia ho portato con me nuove competenze professionali, ma soprattutto uno sguardo più aperto sul mondo e sulle persone.