Marica Costa
M.Costa - Vedere gli spazi con occhi nuovi
SUPSI Image Focus
Marica, 28 anni, ha scelto di frequentare il Bachelor of Arts in Architettura d’interni alla SUPSI. Senza neppure fare una pausa, dopo i tre anni di studio ha lavorato da Gasser, Derungs a Zurigo per due anni: il progetto che l’ha appassionata di più è stato quello degli interni per la nuova ambasciata svizzera in Etiopia, dai mobili ai pavimenti, per dare vita agli spazi e creare l’atmosfera giusta.
Chi si occupa di architettura d’interni può plasmare e trasformare gli spazi in cui viviamo, è così?
Sì, possiamo rendere uno spazio confortevole, piacevole, di qualità grazie a vari “ingredienti”: la luce, i colori, le proporzioni, le textures dei materiali, la combinazione di materiali diversi, il mondo dei mobili, anche progettando da zero mobili o soluzioni nuove per un determinato ambiente. Chi abita uno spazio si confronta con i dettagli. Per esempio, se bisogna aprire una porta, occorre impugnare una maniglia. Ecco, come architetti d’interni possiamo immaginare e progettare la maniglia, la sua forma, la sensazione che genera il materiale di cui è fatta, visto che ogni materiale suscita una sensazione diversa. Abbiamo molto a che fare con la dimensione percettiva: visiva, tattile, olfattiva… per me un parquet ha una texture e un profumo.
Cosa ti ha sorpreso durante il Bachelor?
Quello che caratterizza il nostro lavoro, perché con piccoli gesti possiamo cambiare la percezione di uno spazio, iniziando dalla scelta e dall’uso dei colori: lo spazio si può ingrandire, rimpicciolire, può offrire una sensazione più calda, più fredda grazie ai colori. L’ho imparato durante gli anni alla SUPSI, ma poi ho continuato a sperimentarlo nel mondo del lavoro. Per la luce succede lo stesso: con cambiamenti minimi puoi cambiare l’atmosfera di uno spazio; dipende dall’intensità della luce, dall’orientamento, da cosa mette in valore in una stanza. Io lavoro per varianti, così da capire qual è la più adatta per ogni progetto a cui mi dedico e arrivare ogni volta a una scelta ponderata e consapevole. Già durante gli atelier di Architettura d’interni alla SUPSI procedevo sperimentando diverse varianti per vedere quale funzionasse meglio: è un metodo che mi porto dietro fin dagli anni di studio.
Hai lavorato a Zurigo da Gasser, Derungs. Come sono stati i tuoi primi anni da architetto d’interni?
Remo Derungs è stato uno dei miei docenti alla SUPSI e sotto la sua supervisione ho realizzato il mio progetto di diploma. Durante i due anni nel suo studio ho avuto l’occasione di collaborare a tanti progetti. Uno di quelli che mi è piaciuto di più riguardava la nuova ambasciata svizzera in Etiopia. Uno studio di architettura si occupava degli stabili, mentre noi degli interni, come i pavimenti per cui avevamo immaginato degli intarsi in legno per definire gli spazi oppure i mobili, che abbiamo progettato. Il nostro lavoro ti porta a confrontarti con persone di ambiti diversi: chi produce i mobili, chi si occupa di illuminotecnica... Nello studio Gasser, Derungs ho avuto l’occasione di spaziare dagli allestimenti per le mostre alle ristrutturazioni: mi è molto piaciuta questa varietà del mio lavoro.
Quali qualità deve avere, secondo te, chi si occupa di architettura d’interni?
Precisione, curiosità, una certa manualità nel fare le cose e concretezza nel pensarle, perché prima di progettare, occorre immaginare e ci vuole anche logica. E poi la passione per le caratteristiche di uno spazio interno: i colori, la luce, le sensazioni che ti dà lo spazio. Da quando ho concluso gli studi, presto attenzione a chi progetta oggetti e ambienti, prima non ci badavo. Imparo molto da quello che vedo, visito mostre e guardo come sono esposti e illuminati gli oggetti e le opere. Proprio perché sono curiosa, ho capito che volevo continuare a studiare e approfondire, quindi mi sono iscritta ad Architettura. Il mio approccio resta quello dell’architetto d’interni: presto attenzione ai dettagli che fanno la differenza e, successivamente, allargo lo sguardo ingrandendo il campo d’azione.