Lucio Negrini
L. Negrini - Ricerca e nuove tecnologie: un compito di responsabilità
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Lucio Negrini, è Professore ordinario in Tecnologie in educazione e Responsabile del Laboratorio media e MINT (MEM). Da anni si occupa di robotica educativa e ultimamente anche di intelligenza artificiale applicate all’apprendimento e alla didattica. Da materia relegata soprattutto alla scuola media, la robotica educativa ha fatto passi da gigante negli ultimi dieci anni. Oggi il MEM propone percorsi fin dalla scuola dell’infanzia, con strumenti più accessibili e versatili che permettono di sviluppare diverse competenze come il pensiero computazionale, la creatività o la collaborazione, collegando discipline diverse fra loro.
Lucio, quali sono i progetti di robotica educativa che hai realizzato in questo decennio con la tua squadra?
Negli anni abbiamo sviluppato l’ambito in modo graduale, partendo da una domanda chiave: come integrare la robotica educativa a scuola e sostenere il corpo docente? Dallo studio di fattibilità PReSO, da cui sono scaturiti i primi percorsi didattici pubblicati anche nei Quaderni didattici (ndr. Collana editoriale edita dal DFA/ASP), siamo passati allo sviluppo di una formazione strutturata con il CAS in robotica educativa. Abbiamo poi cercato di sensibilizzare anche la società e in particolar modo le famiglie grazie al progetto Agorà, attraverso il quale abbiamo coinvolto i genitori in attività di robotica educativa assieme ai loro figli. Con il progetto Roteco abbiamo poi dato una dimensione nazionale al lavoro svolto, creando una community nazionale di circa 2’000 docenti interessati alla robotica educativa, con l’obiettivo di scambiarsi buone pratiche e consigli e da cui sono nati anche due camp di robotica. Durante la pandemia abbiamo messo a punto metodologie per proporre attività di robotica educativa anche online, compito non banale visto la natura molto laboratoriale della robotica educativa. Grazie alla collaborazione con il Centro competenze bisogni educativi, scuola e società del DFA/ASP, abbiamo infine sperimentato applicazioni di robotica educativa inclusive.
Oltre a collaborazioni “in casa”, ci sono stati anche agganci a livello nazionale o internazionale?
Sì, i nostri progetti nascono quasi sempre in rete: all’interno di SUPSI collaboriamo spesso con il Dipartimento tecnologie innovative. Sul piano nazionale invece abbiamo sviluppato una forte collaborazione con il Politecnico di Losanna e il loro gruppo del centro LEARN. Grazie al progetto Roteco abbiamo poi creato una solida rete con quasi tutte le Alte scuole pedagogiche in Svizzera e con diversi altri partner che offrono attività di robotica in ambito extra-scolastico. Queste reti ci hanno permesso di rimanere aggiornati su quanto avviene in Svizzera e di creare delle sinergie molto positive. Anche a livello internazionale siamo riusciti a sviluppare diverse collaborazioni proficue in Italia grazie anche a dottorande che hanno svolto il loro periodo di visiting proprio da noi, al Laboratorio MEM.
Ricordi episodi curiosi che hanno caratterizzato lo sviluppo di questi progetti?
Ne ricordo diversi ma vorrei citarne uno in particolare. Come Laboratorio MEM un anno siamo stati invitati al plenum di un istituto di scuola elementare con l’intento di presentare il progetto e cercare di coinvolgere il corpo docente. Dopo l’introduzione teorica, abbiamo acceso alcuni robot Thymio per una dimostrazione. I robot hanno iniziato a muoversi tra le sedie. I docenti e le docenti, però, sono rimasti pietrificati, quasi impauriti da questi dispositivi. Con i bambini e le bambine, nella stessa situazione, si crea subito curiosità e gioco. È stato un momento decisivo: abbiamo capito che la strada da fare per integrare la robotica nelle scuole era ancora molto lunga e che oltre alla tecnologia e alla didattica, dovevamo lavorare anche sulla fiducia e sulle concezioni del corpo docente.
Parlando di robotica educativa, oggi viene naturale pensare all’intelligenza artificiale. Che influenza ha avuto e sta avendo quest’ultima sulla ricerca in generale?
Le tecnologie possono agevolare di molto il lavoro di un ricercatore e di una ricercatrice, per esempio accesso rapido a dati, ricerche e articoli scientifici, e collaborazione in tempo reale con colleghi e colleghe in tutto il mondo. Pensiamo poi all’IA che permette di analizzare enormi quantità di dati e trovare dei pattern nei dati altrimenti difficilmente individuabili, o ai vari tools che permettono di sintetizzare un’infinità di articoli in poco tempo. Questo sicuramente può aiutare la ricerca e anche velocizzare alcuni processi. D’altra parte però, pone anche diverse sfide sull’integrità e affidabilità di ciò che l’IA genera o reperisce. L’uso delle nuove tecnologie solleva inoltre questioni etiche importanti. Il ricercatore e la ricercatrice sono chiamati a interrogarsi non solo su “cosa possiamo fare”, ma anche su “cosa sia giusto fare”. Nel nostro ambito, oggi più che mai, fare ricerca significa non solo produrre conoscenza, ma contribuire a orientare il futuro in modo consapevole e responsabile.