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Il corpo nella cura - Blog Formazione continua
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Il rapporto con la dimensione corporea dell’assistito riveste un ruolo centrale nel nursing pur risultando complesso e alcune volte sconosciuto agli stessi infermieri che non sempre riescono a decodificarne i risvolti problematici. Come possiamo definire il corpo? Quanto spesso il corpo viene dato come ovvio nella nostra vita? Il corpo è il campo espressivo di ogni uomo, è il luogo in cui le possibilità umane prendono forma e concretezza. Il corpo esprime la persona, è il confine tra la sfera soggettiva e gli altri, è il tramite dei rapporti con le cose e con gli altri. Il corpo esprime la persona, è in unità profonda con la mente, è dimora dell’anima, è un linguaggio da saper interpretare. Il corpo umano è dunque la persona che si esprime e si relazione nella comunicazione con gli altri.
Nell'ambito sanitario, il contesto lavorativo, i turni estenuanti, il contatto con persone malate e l'urgenza degli interventi, fonte di costante stress, rendono tutto più complesso. Questo può portare a minimizzare, negare o rimuovere certi avvenimenti. Spesso la persona viene valutata unicamente in base alla sua efficienza e prestazione, mentre tutto ciò che riduce la sua produttività viene percepito in modo esclusivamente negativo. Questa visione distorta può portare l'infermiere a considerare la sofferenza come un processo meccanico limitato al corpo, dimenticando che ogni volta che si tocca un corpo, si entra in contatto anche con la psiche e l'anima.
Storicamente, il nursing si basa sull'importanza della relazione e del contatto con il corpo umano. Le ricerche di Jocalyn Lawler - risalenti al 1991 - offrono una riflessione approfondita sul ruolo del corpo nelle cure infermieristiche e indagano quale significato gli infermieri attribuiscano ad esso. I suoi studi evidenziano come, ancora oggi, il corpo, elemento centrale dell'infermieristica, sia relegato ai margini della disciplina e della formazione.
Infatti, nonostante l’esperienza soggettiva corporea influenzi le reazioni dei pazienti nei confronti della malattia e della loro capacità di adattarsi ai cambiamenti di salute, si tende a dare importanza al corpo solo per la sua dimensione biologica e spesso le cure al corpo si riducono ad un insieme di tecniche, procedure e protocolli.
Il corpo rappresenta il fulcro dell'assistenza infermieristica e considerare superficiali o delegabili le cure ad esso rivolte significa non solo sottrarre un sapere essenziale alla pratica, alla formazione, all'organizzazione e alla ricerca infermieristica, ma anche alimentare l'invisibilità sociale degli infermieri e delle loro competenze, le quali si basano proprio sulla cura e il mantenimento della salute del corpo.
Il concetto di corpo è profondamente legato alla pratica infermieristica, esso è inteso sia come struttura anatomica, su cui il professionista opera, sia come identità personale e soggettiva, con cui l'infermiere si relaziona. Draper sottolinea la connessione tra i concetti di corpo, embodiment e tocco, evidenziando come il tocco esperto permetta di "leggere" il corpo altrui e percepire le proprie competenze. La malattia altera il rapporto con il proprio corpo, e l'infermiere, attraverso l'assistenza quotidiana, cerca di dare voce all'esperienza di malattia del paziente, trasmettendo sicurezza e alleviando disagio e dolore. Infine, l'uso del tocco può essere un prezioso strumento in situazioni in cui le parole risultano inappropriate.
Il tocco è un gesto o un'azione che, attraverso l'uso della mano o del corpo, ci permette di entrare in relazione con altre persone, oggetti o animali. Nella vita quotidiana, il contatto con ciò che ci circonda è inevitabile, rendendo l'esperienza del tocco strettamente connessa a concetti come intimità, corpo e malattia. L'intimità rappresenta una vicinanza psicologica ed emotiva: tramite il tocco, il paziente concede all'infermiere l'accesso a informazioni più profonde rispetto a quelle veicolate dalla comunicazione verbale, rivelando aspettative, desideri, progetti ed emozioni.
Il corpo rappresenta per la persona la relazione con il mondo e quando diviene un corpo malato, la relazione, prima naturale, si confonde, si altera, si complica. In una condizione di malattia, di sofferenza il corpo si trasforma, la relazione si stabilisce su canali diversi, cadono le difese; il lavoro di chi assiste richiede un uso consapevole dei sensi poiché non sempre il contatto fisico è gradito. Ed è in questa situazione che l’infermiere dovrebbe cercare metodi alternativi per relazionarsi con la persona e quindi spostare l’attenzione sul dialogo, sullo sguardo, sulla premura verso alcuni accorgimenti.
Ambrogio Fogar, dopo l’incidente che lo rese tetraplegico, in un’intervista del 2004 disse “All’inizio ho pensato molte volte di morire […]. È difficile accettarsi quando non sei più quello di prima: ogni impulso è una frustata, ogni desiderio una ferita, […]” ma racconta di nuove sensazioni nonostante il suo corpo sia ferito e invalidato “mi piace quando mi accarezzano con gli occhi”.
Nell'ambito sanitario, il contesto lavorativo, i turni estenuanti, il contatto con persone malate e l'urgenza degli interventi, fonte di costante stress, rendono tutto più complesso. Questo può portare a minimizzare, negare o rimuovere certi avvenimenti. Spesso la persona viene valutata unicamente in base alla sua efficienza e prestazione, mentre tutto ciò che riduce la sua produttività viene percepito in modo esclusivamente negativo. Questa visione distorta può portare l'infermiere a considerare la sofferenza come un processo meccanico limitato al corpo, dimenticando che ogni volta che si tocca un corpo, si entra in contatto anche con la psiche e l'anima.
Storicamente, il nursing si basa sull'importanza della relazione e del contatto con il corpo umano. Le ricerche di Jocalyn Lawler - risalenti al 1991 - offrono una riflessione approfondita sul ruolo del corpo nelle cure infermieristiche e indagano quale significato gli infermieri attribuiscano ad esso. I suoi studi evidenziano come, ancora oggi, il corpo, elemento centrale dell'infermieristica, sia relegato ai margini della disciplina e della formazione.
Infatti, nonostante l’esperienza soggettiva corporea influenzi le reazioni dei pazienti nei confronti della malattia e della loro capacità di adattarsi ai cambiamenti di salute, si tende a dare importanza al corpo solo per la sua dimensione biologica e spesso le cure al corpo si riducono ad un insieme di tecniche, procedure e protocolli.
Il corpo rappresenta il fulcro dell'assistenza infermieristica e considerare superficiali o delegabili le cure ad esso rivolte significa non solo sottrarre un sapere essenziale alla pratica, alla formazione, all'organizzazione e alla ricerca infermieristica, ma anche alimentare l'invisibilità sociale degli infermieri e delle loro competenze, le quali si basano proprio sulla cura e il mantenimento della salute del corpo.
Il concetto di corpo è profondamente legato alla pratica infermieristica, esso è inteso sia come struttura anatomica, su cui il professionista opera, sia come identità personale e soggettiva, con cui l'infermiere si relaziona. Draper sottolinea la connessione tra i concetti di corpo, embodiment e tocco, evidenziando come il tocco esperto permetta di "leggere" il corpo altrui e percepire le proprie competenze. La malattia altera il rapporto con il proprio corpo, e l'infermiere, attraverso l'assistenza quotidiana, cerca di dare voce all'esperienza di malattia del paziente, trasmettendo sicurezza e alleviando disagio e dolore. Infine, l'uso del tocco può essere un prezioso strumento in situazioni in cui le parole risultano inappropriate.
Il tocco è un gesto o un'azione che, attraverso l'uso della mano o del corpo, ci permette di entrare in relazione con altre persone, oggetti o animali. Nella vita quotidiana, il contatto con ciò che ci circonda è inevitabile, rendendo l'esperienza del tocco strettamente connessa a concetti come intimità, corpo e malattia. L'intimità rappresenta una vicinanza psicologica ed emotiva: tramite il tocco, il paziente concede all'infermiere l'accesso a informazioni più profonde rispetto a quelle veicolate dalla comunicazione verbale, rivelando aspettative, desideri, progetti ed emozioni.
Il corpo rappresenta per la persona la relazione con il mondo e quando diviene un corpo malato, la relazione, prima naturale, si confonde, si altera, si complica. In una condizione di malattia, di sofferenza il corpo si trasforma, la relazione si stabilisce su canali diversi, cadono le difese; il lavoro di chi assiste richiede un uso consapevole dei sensi poiché non sempre il contatto fisico è gradito. Ed è in questa situazione che l’infermiere dovrebbe cercare metodi alternativi per relazionarsi con la persona e quindi spostare l’attenzione sul dialogo, sullo sguardo, sulla premura verso alcuni accorgimenti.
Ambrogio Fogar, dopo l’incidente che lo rese tetraplegico, in un’intervista del 2004 disse “All’inizio ho pensato molte volte di morire […]. È difficile accettarsi quando non sei più quello di prima: ogni impulso è una frustata, ogni desiderio una ferita, […]” ma racconta di nuove sensazioni nonostante il suo corpo sia ferito e invalidato “mi piace quando mi accarezzano con gli occhi”.
Osservare, ascoltare, ascoltarci per migliorare le cure
“In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta
pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non
risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo
inesorabile della Medusa".
Calvino, 1988
pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non
risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo
inesorabile della Medusa".
Calvino, 1988
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Leggendo la poesia di Calvino, ho immediatamente pensato ad una paziente del mio reparto, il suo sguardo in molte occasioni mi ha pietrificata. Non sorrideva quasi mai, aveva un’espressione per la maggior parte del tempo triste, la testa sempre chinata in avanti e le spalle curve. Durante i colloqui guardava l’interlocutore in modo dubbioso, come se volesse scrutare e capire se chi le parlava dicesse la verità, si guardava spesso le mani incrociate e muoveva le dita nervosamente senza riuscire a mantenere il contatto visivo con chi la stava ascoltando. L’attenzione non era mantenuta, si lasciava distrarre da stimoli esterni, esprimeva le sue idee in modo chiaro utilizzando un tono di voce basso, per poi, improvvisamente manifestare attacchi di ira con urla, aggressività verbale e contro oggetti, abbandonando il colloquio sbattendo la porta e distruggendo oggetti vari, per poi finire, quasi sempre a procurarsi tagli al corpo. Si mostrava quasi sempre con spalle ricurve in avanti, la camminata lenta e trascinava i piedi, come se stesse spostando un corpo pesantissimo malgrado la corporatura esile. Lo spazio che occupava nei luoghi era uno spazio piccolo, ristretto, sempre in un angolo, in camera ad ogni ricovero posizionava il letto vicino alla finestra, lasciando poco spazio per i movimenti nonostante l’ampiezza della camera. Stava quasi sempre accovacciata con le gambe strette al petto e le braccia che le avvolgevano come in un abbraccio. La difficoltà di Eva nel controllo delle emozioni, nelle relazioni personali, la costante paura dell’abbandono, il continuo stato di malessere e disagio venivano espressi anche attraverso il corpo.
Talvolta il suo corpo mi sembrava senza vita, era come un corpo trascinato nello spazio, nei corridoi della clinica, un corpo pesante, un contenitore di sofferenza. Ho anche pensato allo sguardo dei curanti nei suoi confronti e mi sono posta alcune domande: come guardiamo i nostri pazienti, quali sono i nostri meccanismi di difesa? Cosa vuol dire “corpo” nella nostra quotidianità e nella relazione con il paziente? Come si pongono i pazienti nello spazio con il loro corpo? Come noi dobbiamo porci con loro nello spazio con il nostro corpo?
Il riconoscimento del corpo dell’altro è prelinguistico, il corpo parla ed è collegato alla psiche. L’alterazione dell’identità corporea, la trasformazione del corpo, sono elementi che ritroviamo in molte patologie psichiatriche e vediamo come un corpo può essere trascurato, abbandonato, maltrattato, non toccato da nessuno anche per anni. Vedere corpi scheletrici e deformati dal dolore e dal rifiuto alle cure che porterebbero sollievo, può avere un impatto emotivo molto intenso su noi curanti e nessuna formazione teorica può prepararci a comprendere, a capire, a dare un significato, una spiegazione accettabile a questa sofferenza. Una sofferenza che deve essere trattata con dignità e rispetto.
Il corpo, essendo la nostra parte più materiale, rende visibile quello che accade in altri piani della nostra coscienza, quello mentale, affettivo e spirituale: incontrare un corpo è incontrare un’anima. Quando, attraverso la lettura del corpo, guardiamo con rispetto e interesse per prendere consapevolezza di ciò che il corpo ci “presenta”, questa lettura diventa uno strumento di risveglio della nostra coscienza, visto che il corpo ci parla ed è "il meno capace di mentire”.
Il corpo ci racconta, attraverso la postura, ciò che è rimasto trattenuto, non solo a livello fisico ma anche a livello psichico e mentale. Una delle competenze fondamentali degli infermieri, nel contesto di salute mentale e psichiatria, è anche prendersi cura della dimensione corporea. Essa è una dimensione che ci parla, ci informa, che ci permette di entrare in relazione, quando relazioni di altro tipo sono poco efficaci. Inoltre, ci permette di capire con chi stiamo interagendo, di recuperare una funzione temporale, di valorizzare le persone. Ho precisato perché, per altre branche della medicina, è ovvio occuparsi del corpo.
Una lettura psicodinamica del corpo ci aiuta ad ampliare una delle competenze necessarie per diventare specialista clinico in psichiatria. Il linguaggio del corpo ci parla e dobbiamo riuscire ad ascoltarlo attraverso i gesti, i sorrisi, le lacrime e anche i silenzi. Lo sguardo del curante sul corpo del paziente deve essere uno sguardo attento: la deambulazione, la postura, lo spazio che occupa il corpo ci danno informazioni importanti in quanto tramite il corpo rappresentiamo ciò che siamo. In ambito della cura noi incontriamo corpi e dobbiamo riflettere sull’importanza di questo argomento e sull’implicazione che esso ha nelle cure. Come infermieri in salute mentale ci occupiamo di persone fragili che affrontano un momento difficile nella loro vita e siamo legittimati ad entrare in contatto corporeo con loro. Toccare o non toccare un corpo ha un significato di cura, quando siamo a contatto con un paziente, se non abbiamo gesti di vicinanza, accoglienza, rassicurazione che si dirigono verso il suo corpo non siamo entrati nello spazio e nel corpo dell’altro, quindi non abbiamo comunicato. Dobbiamo comprende l’importanza, la delicatezza, la complessità di avvicinare il corpo di una persona che ha paura di perdere i confini del sé. Noi siamo i detentori della più grande e potente dinamica intersoggettiva di cura, siamo coloro che sono legittimati ad avvicinare il corpo dell’altro fino ad uno stato intersoggettivo strettissimo. Questa è la potenza della nostra azione nell’atto di cura, ma spesso tendiamo a negarla, dimenticandoci che siamo così potenti nella vicinanza corporea. Chi ha una patologia psichiatrica spesso ha un rapporto conflittuale con il suo corpo, esprime il suo disagio e il suo dolore attraverso la trascuratezza: come utilizziamo anche il nostro corpo nell’intersoggettività con il paziente dato che siamo sia curanti, sia persone che si prendono cura di sé? Farci domande durante gli atti di cura e dare senso a ciò che facciamo è fondamentale. Ci confrontiamo su più piani; Il ruolo di curante e il percepito di cura. La cura è data da oggettività e soggettività. La corporeità si realizza se si viene guardati, se non entriamo in relazione attraverso lo sguardo con il paziente non entriamo in relazione. Dal punto di vista psichico significa che non siamo nella cura in quel momento, stiamo facendo solo degli atti meccanici e questo compromette la relazione. È importante osservare, ascoltare e ascoltarci per migliorare le cure.
Non dobbiamo perdere di vista il benessere di chi cura, siamo corpo e psiche e siamo strumento di cura, siamo contenitori di sofferenza, che non possiamo portare “a casa”.
Dobbiamo essere in grado di tollerare la sofferenza dell’altro, quegli stati d’animo intollerabili che molti dei nostri pazienti ci proiettano per comunicarci la loro sofferenza. Riuscire a comprendere questo linguaggio ci aiuta a mettere in atto interventi terapeutici.
Concludo citando Costa (2019): “[…] nel dolore e nella sofferenza si modifica l’esperienza del corpo e il sentirsi in esso: esso ora sta incollato come un’ombra da cui non si può fuggire e una prigione da cui non si può evadere […].”
La relazione che cura, deve cogliere questa sofferenza e l’orizzonte in cui il paziente è improvvisamente gettato e deve fornire degli strumenti che ri-orientino e ri-posizionino il malato e lo aiutino a riscrivere la propria storia.
Talvolta il suo corpo mi sembrava senza vita, era come un corpo trascinato nello spazio, nei corridoi della clinica, un corpo pesante, un contenitore di sofferenza. Ho anche pensato allo sguardo dei curanti nei suoi confronti e mi sono posta alcune domande: come guardiamo i nostri pazienti, quali sono i nostri meccanismi di difesa? Cosa vuol dire “corpo” nella nostra quotidianità e nella relazione con il paziente? Come si pongono i pazienti nello spazio con il loro corpo? Come noi dobbiamo porci con loro nello spazio con il nostro corpo?
Il riconoscimento del corpo dell’altro è prelinguistico, il corpo parla ed è collegato alla psiche. L’alterazione dell’identità corporea, la trasformazione del corpo, sono elementi che ritroviamo in molte patologie psichiatriche e vediamo come un corpo può essere trascurato, abbandonato, maltrattato, non toccato da nessuno anche per anni. Vedere corpi scheletrici e deformati dal dolore e dal rifiuto alle cure che porterebbero sollievo, può avere un impatto emotivo molto intenso su noi curanti e nessuna formazione teorica può prepararci a comprendere, a capire, a dare un significato, una spiegazione accettabile a questa sofferenza. Una sofferenza che deve essere trattata con dignità e rispetto.
Il corpo, essendo la nostra parte più materiale, rende visibile quello che accade in altri piani della nostra coscienza, quello mentale, affettivo e spirituale: incontrare un corpo è incontrare un’anima. Quando, attraverso la lettura del corpo, guardiamo con rispetto e interesse per prendere consapevolezza di ciò che il corpo ci “presenta”, questa lettura diventa uno strumento di risveglio della nostra coscienza, visto che il corpo ci parla ed è "il meno capace di mentire”.
Il corpo ci racconta, attraverso la postura, ciò che è rimasto trattenuto, non solo a livello fisico ma anche a livello psichico e mentale. Una delle competenze fondamentali degli infermieri, nel contesto di salute mentale e psichiatria, è anche prendersi cura della dimensione corporea. Essa è una dimensione che ci parla, ci informa, che ci permette di entrare in relazione, quando relazioni di altro tipo sono poco efficaci. Inoltre, ci permette di capire con chi stiamo interagendo, di recuperare una funzione temporale, di valorizzare le persone. Ho precisato perché, per altre branche della medicina, è ovvio occuparsi del corpo.
Una lettura psicodinamica del corpo ci aiuta ad ampliare una delle competenze necessarie per diventare specialista clinico in psichiatria. Il linguaggio del corpo ci parla e dobbiamo riuscire ad ascoltarlo attraverso i gesti, i sorrisi, le lacrime e anche i silenzi. Lo sguardo del curante sul corpo del paziente deve essere uno sguardo attento: la deambulazione, la postura, lo spazio che occupa il corpo ci danno informazioni importanti in quanto tramite il corpo rappresentiamo ciò che siamo. In ambito della cura noi incontriamo corpi e dobbiamo riflettere sull’importanza di questo argomento e sull’implicazione che esso ha nelle cure. Come infermieri in salute mentale ci occupiamo di persone fragili che affrontano un momento difficile nella loro vita e siamo legittimati ad entrare in contatto corporeo con loro. Toccare o non toccare un corpo ha un significato di cura, quando siamo a contatto con un paziente, se non abbiamo gesti di vicinanza, accoglienza, rassicurazione che si dirigono verso il suo corpo non siamo entrati nello spazio e nel corpo dell’altro, quindi non abbiamo comunicato. Dobbiamo comprende l’importanza, la delicatezza, la complessità di avvicinare il corpo di una persona che ha paura di perdere i confini del sé. Noi siamo i detentori della più grande e potente dinamica intersoggettiva di cura, siamo coloro che sono legittimati ad avvicinare il corpo dell’altro fino ad uno stato intersoggettivo strettissimo. Questa è la potenza della nostra azione nell’atto di cura, ma spesso tendiamo a negarla, dimenticandoci che siamo così potenti nella vicinanza corporea. Chi ha una patologia psichiatrica spesso ha un rapporto conflittuale con il suo corpo, esprime il suo disagio e il suo dolore attraverso la trascuratezza: come utilizziamo anche il nostro corpo nell’intersoggettività con il paziente dato che siamo sia curanti, sia persone che si prendono cura di sé? Farci domande durante gli atti di cura e dare senso a ciò che facciamo è fondamentale. Ci confrontiamo su più piani; Il ruolo di curante e il percepito di cura. La cura è data da oggettività e soggettività. La corporeità si realizza se si viene guardati, se non entriamo in relazione attraverso lo sguardo con il paziente non entriamo in relazione. Dal punto di vista psichico significa che non siamo nella cura in quel momento, stiamo facendo solo degli atti meccanici e questo compromette la relazione. È importante osservare, ascoltare e ascoltarci per migliorare le cure.
Non dobbiamo perdere di vista il benessere di chi cura, siamo corpo e psiche e siamo strumento di cura, siamo contenitori di sofferenza, che non possiamo portare “a casa”.
Dobbiamo essere in grado di tollerare la sofferenza dell’altro, quegli stati d’animo intollerabili che molti dei nostri pazienti ci proiettano per comunicarci la loro sofferenza. Riuscire a comprendere questo linguaggio ci aiuta a mettere in atto interventi terapeutici.
Concludo citando Costa (2019): “[…] nel dolore e nella sofferenza si modifica l’esperienza del corpo e il sentirsi in esso: esso ora sta incollato come un’ombra da cui non si può fuggire e una prigione da cui non si può evadere […].”
La relazione che cura, deve cogliere questa sofferenza e l’orizzonte in cui il paziente è improvvisamente gettato e deve fornire degli strumenti che ri-orientino e ri-posizionino il malato e lo aiutino a riscrivere la propria storia.
Aggregatore Risorse
-
- In presenza
- 17 gennaio 2025
- Diurna
- Manno, stabile Piazzetta
- 1.0 ECTS
- 16 ore-lezione
-
- In presenza
- 13 marzo 2025
- Diurna
- Manno, stabile Suglio
- 18.0 ECTS
- 232 ore-lezione
-
- In presenza
- 19 maggio 2025
- Diurna
- Manno, stabile Suglio
- 3.0 ECTS
- 40 ore-lezione