Il diabete non perdona l’improvvisazione: conversazione con Lauretta Leto - Blog Formazione continua
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ll diabete non è una parentesi clinica. È una presenza quotidiana, silenziosa, che chiede competenze, tempo e continuità.
In questa intervista Lauretta racconta cosa significa lavorare sul serio con una patologia cronica: educazione terapeutica, prevenzione, relazione, decisioni prese prima che i problemi diventino irreversibili.
D: Ciao Lauretta, partiamo dall’inizio: ci puoi raccontare in breve il tuo percorso professionale e come sei arrivata a lavorare con il diabete?
Divento infermiera nel 1996, ho sempre lavorato in diversi contesti e con le patologie croniche, per interesse personale (mamma e sorelle diabetici) e per interesse professionale, il contatto con le persone con patologie croniche mi ha sempre affascinata, perché richiede competenze tecniche relazionali e continuità. Mi sono sempre chiesta come poter prevenire questa malattia silente e insidiosa. Lavorando prevalentemente a domicilio ho toccato con mano le difficoltà nel quotidiano delle persone nella gestione della malattia, tornati a casa dopo la visita ambulatoriale dello specialista diabetologo, molto spesso mi ponevano domande che non osavano fare al medico per timore, imbarazzo o che al momento non ne sentivano bisogno ma poi al domicilio erano assaliti da ogni dubbio e ansia su cosa fare e come.
La mia curiosità mi ha portato a informarmi, a leggere e a comprendere che l’educazione terapeutica era la strada per la prevenzione. Dopo il percorso in podologia sempre più’ curiosa e interessata intraprendo la specializzazione in infermiera in diabetologia presso l’Università di Torino (facendo un percorso di riconoscimento del titolo anche in Svizzera), il mio interesse per le problematiche del piede mi porta ad un’ulteriore specializzazione in podopatia diabetica presso l’Università Tor vergata Roma. Questo è un ambito in cui l’infermiere può’ davvero fare la differenza nella vita quotidiana delle persone e questo mi ha conquistata.
D: C’è stato un momento in cui sei stata certa che questo sarebbe diventato il tuo campo?
Sì, dai tempi della scuola di infermiere dove durante il tirocinio in ambulatorio di diabetologia ho capito che il mio desiderio era lavorare in questo ambito, infatti le scelte formative che ho successivamente fatto, hanno sempre più’ rafforzato e confermato il mio interesse in questo ambito, consapevole del fatto che il diabete è una patologia multiorgano (occhi, reni, piede) dove la prevenzione è la chiave vincente per scongiurare i danni a lungo termine a vari organi e apparati e va fatta assicurando la corretta informazione che essa stessa è” tempo di cura “affinché la persona assistita possa fare scelte consapevoli supportate da evidenze scientifiche e non da credenze.
D: Quando parliamo di infermiera diabetologa, cosa vuol dire nella pratica? Qual è il perimetro del lavoro di un infermiere specializzato in cura del diabete?
Significa essere una figura specializzata che integra educazione terapeutica strutturata, gestione dei device (microinfusori, sensori, ecc.), monitoraggio clinico, prevenzione delle complicanze, competenze infermieristiche avanzate, presa in carico del paziente e continuità assistenziale. In pratica accompagnare la persona con diabete a interpretare i dati, a prevenire i rischi e a prendere decisioni consapevoli.
Avere tanta passione per il proprio lavoro, passione per la relazione e comunicazione, capacità di ascolto, con la persona assistita e a volte tanta pazienza. Il perimetro è determinato dagli ambiti dove poter esercitare la promozione della salute e la prevenzione delle complicanze croniche e quindi spazia da lavoro in ambulatorio, lavoro a domicilio o nelle comunità.
D: E quando parliamo di “piede diabetico”, di cosa stiamo parlando? Lo puoi spiegare anche a chi, come noi, non è competente?
Il piede diabetico è una complicanza del diabete che interessa il piede e forse la più’ temuta dai pazienti, dovuta alla combinazione di neuropatia e vasculopatia e riduzione dei meccanismi di difese locali, che può andare da una semplice lesione fino ad arrivare a necrosi con conseguente amputazione minore o maggiore di una parte del piede o dell’arto inferiore, quindi a disabilità.
Il diabete è una patologia sistemica, multifattoriale e multiorgano che ha un decorso lento, silente e progressivo nella vita di una persona diabetica che solo con la corretta gestione della patologia, alimentazione, correzione dei fattori di rischio, stile di vita, aderenza alla terapia può essere prevenuto e/o curato tempestivamente mettendo in atto degli interventi preventivi che possono ritardare o evitare complicanze gravi.
D: Portaci in ambulatorio: entra una persona con diabete e un piede che trovi allarmante. Cosa fai?
La prima cosa da fare attraverso l’anamnesi è la valutazione globale del paziente, la sua storia clinica, personale e familiare, le sue conoscenze e i fattori locali che hanno determinato la situazione “allarmante”. In base alla situazione si attivano i servizi e i professionisti necessari. La cura del piede diabetico e in generale del diabete non compete ad un solo professionista ma richiede un approccio multiprofessionale (podologo, vascolare, infettivologo, chirurgo ecc) la tempestività dell’intervento è tutto (come mi ho appreso all’università il tempo è tessuto che non si perde).
D: Mettiamola così: una medicazione fatta bene la sanno fare molti infermieri. Quando capisci che non basta e serve presa in carico diabetologica vera?
Quando la lesione non migliora come dovrebbe, malgrado le cure adeguate, si deve sempre sospettare altro ovvero l’ischemia, la mancanza di compliance del paziente, la mancanza di consapevolezza o di cure, risorse e interventi adeguati. La differenza sta nel capire cosa c’è dietro una ferita e non solo.
D: Se dovessi spiegare a una collega la differenza in una frase: qual è l’errore tipico di chi non ha formazione specifica, non per incapacità, ma proprio per mancanza di strumenti?
Sicuramente il concentrarsi sull’evento/episodio e non saper cogliere la complessità.
La formazione specifica fa la differenza, ti dà la borsa degli attrezzi (conoscenze, risorse) per fronteggiare i problemi e criticità, ma servono anche altri ingredienti, passione, curiosità, continuo aggiornamento e ricerca, collaborazione con gli altri attori delle cure.
D: Nel piede diabetico spesso non vince la “singola visita”, vince la continuità. Tu come costruisci un follow-up che regga anche fuori dall’ambulatorio?
Hai ragione, la continuità fa la differenza, in generale per tutte le patologie croniche, il continuo rinforzo mantiene viva la motivazione nelle persone, a fare scelte consapevoli per il suo benessere, è la persona che tutti i giorni deve convivere con la patologia cronica, è lui il protagonista responsabile della sua salute, non basta fargli la lista della spesa con le cose che può’ e non può’ fare, ma accompagnarlo in un percorso che dura a lungo, anche tutta la vita, dove è necessario instaurare una relazione di fiducia non giudicante, coinvolgimento attivo della persona al fine di raggiungere la sua partecipazione al raggiungimento della propria salute.
L’infermiere specializzato in diabetologia offre un servizio dove la persona assistita può’ rivolgere per ogni dubbio, problema legato alla malattia che nel corso della vita si presenti e deve imparare a gestire e a conviverci, in altre parole l’infermiere si trova in una realtà» negoziale», che per essere efficace deve essere il più vicino possibile alle aspettative dell` assistito e per questo serve flessibilità e fiducia.
Tutto questo con incontri strutturati e programmati, ravvicinati inizialmente, con indicazioni chiare su cosa monitorare a casa, come e quanto, adattando le informazioni a ciò che serve al paziente in quel momento, definendo delle priorità a breve medio e lungo termine e coordinando gli interventi con gli altri professionisti della cura e attivando i supporti necessari nelle diverse fasi di malattia della persona assistita (infermiere di famiglia, famiglia, caregiver, tecnico ortopedico, psicologo, medico di famiglia, mediatore culturale ecc.)
D: Alla visita successiva, quali sono le cose che controlli per capire se la traiettoria è quella giusta?
Innanzi tutto, è necessario saper ascoltare in modo attivo ciò che la persona ci riferisce e saper cogliere ciò che dice e ciò che non esprime a parole ma che emerge oltre le parole, facendo attenzione a non interpretare e a non giudicare, adattando la comunicazione alla persona che si ha difronte (anziano, adolescente, bambino) e alla fase di malattia/complicanza.
Poi si discute e riassume con la persona gli obiettivi che insieme ci siamo prefissati nella precedente visita; obiettivi raggiunti e no, problemi connessi, difficoltà ecc., verifico che tutto sia chiaro e compreso, insieme definiamo altri obiettivi da raggiungere. Tutto in piccole tappe personalizzando in base alla unicità della persona che ho di fronte, dei suoi bisogni, aspettative e necessità, facendo esempi più vicini alla sua realtà, usando immagini e schemi se necessario e strategie comunicative, quali il riassumere i concetti chiave, ponendo domande indirette o di controllo della comprensione monitorando la comunicazione non verbale (imbarazzo, silenzio ostinato e prevedendo dei momenti di sintesi, riflessioni e osservazioni. Controllo i parametri e l’aderenza a quanto precedente pianificato, i motivi della mancata aderenza ed eventuali conseguenze.
D: Quando nel percorso manca un’infermiera diabetologa, dove si vede per primo? Si rompe più facilmente la continuità, l’educazione, il coordinamento, i tempi?
Si vede nella discontinuità, controlli saltati, gestione non appropriata dei controlli richiesti e non aderenza alle terapie prescritte, gestione errata dei device, ansia e paura del paziente, continui accessi al pronto soccorso o dal medico o richiesta di consulenze specialistiche non necessarie. Talvolta negli esiti negativi.
D: E se dovessi lasciare un messaggio secco ai professionisti quale sarebbe?
Nel diabete la relazione educativa e l’educazione terapeutica è determinante «intercettare prima significa salvare molto di più dopo». È un lavoro di squadra che ha lo scopo di fornire all’assistito gli strumenti critici per prendere le decisioni migliori per il loro benessere.
Divento infermiera nel 1996, ho sempre lavorato in diversi contesti e con le patologie croniche, per interesse personale (mamma e sorelle diabetici) e per interesse professionale, il contatto con le persone con patologie croniche mi ha sempre affascinata, perché richiede competenze tecniche relazionali e continuità. Mi sono sempre chiesta come poter prevenire questa malattia silente e insidiosa. Lavorando prevalentemente a domicilio ho toccato con mano le difficoltà nel quotidiano delle persone nella gestione della malattia, tornati a casa dopo la visita ambulatoriale dello specialista diabetologo, molto spesso mi ponevano domande che non osavano fare al medico per timore, imbarazzo o che al momento non ne sentivano bisogno ma poi al domicilio erano assaliti da ogni dubbio e ansia su cosa fare e come.
La mia curiosità mi ha portato a informarmi, a leggere e a comprendere che l’educazione terapeutica era la strada per la prevenzione. Dopo il percorso in podologia sempre più’ curiosa e interessata intraprendo la specializzazione in infermiera in diabetologia presso l’Università di Torino (facendo un percorso di riconoscimento del titolo anche in Svizzera), il mio interesse per le problematiche del piede mi porta ad un’ulteriore specializzazione in podopatia diabetica presso l’Università Tor vergata Roma. Questo è un ambito in cui l’infermiere può’ davvero fare la differenza nella vita quotidiana delle persone e questo mi ha conquistata.
D: C’è stato un momento in cui sei stata certa che questo sarebbe diventato il tuo campo?
Sì, dai tempi della scuola di infermiere dove durante il tirocinio in ambulatorio di diabetologia ho capito che il mio desiderio era lavorare in questo ambito, infatti le scelte formative che ho successivamente fatto, hanno sempre più’ rafforzato e confermato il mio interesse in questo ambito, consapevole del fatto che il diabete è una patologia multiorgano (occhi, reni, piede) dove la prevenzione è la chiave vincente per scongiurare i danni a lungo termine a vari organi e apparati e va fatta assicurando la corretta informazione che essa stessa è” tempo di cura “affinché la persona assistita possa fare scelte consapevoli supportate da evidenze scientifiche e non da credenze.
D: Quando parliamo di infermiera diabetologa, cosa vuol dire nella pratica? Qual è il perimetro del lavoro di un infermiere specializzato in cura del diabete?
Significa essere una figura specializzata che integra educazione terapeutica strutturata, gestione dei device (microinfusori, sensori, ecc.), monitoraggio clinico, prevenzione delle complicanze, competenze infermieristiche avanzate, presa in carico del paziente e continuità assistenziale. In pratica accompagnare la persona con diabete a interpretare i dati, a prevenire i rischi e a prendere decisioni consapevoli.
Avere tanta passione per il proprio lavoro, passione per la relazione e comunicazione, capacità di ascolto, con la persona assistita e a volte tanta pazienza. Il perimetro è determinato dagli ambiti dove poter esercitare la promozione della salute e la prevenzione delle complicanze croniche e quindi spazia da lavoro in ambulatorio, lavoro a domicilio o nelle comunità.
D: E quando parliamo di “piede diabetico”, di cosa stiamo parlando? Lo puoi spiegare anche a chi, come noi, non è competente?
Il piede diabetico è una complicanza del diabete che interessa il piede e forse la più’ temuta dai pazienti, dovuta alla combinazione di neuropatia e vasculopatia e riduzione dei meccanismi di difese locali, che può andare da una semplice lesione fino ad arrivare a necrosi con conseguente amputazione minore o maggiore di una parte del piede o dell’arto inferiore, quindi a disabilità.
Il diabete è una patologia sistemica, multifattoriale e multiorgano che ha un decorso lento, silente e progressivo nella vita di una persona diabetica che solo con la corretta gestione della patologia, alimentazione, correzione dei fattori di rischio, stile di vita, aderenza alla terapia può essere prevenuto e/o curato tempestivamente mettendo in atto degli interventi preventivi che possono ritardare o evitare complicanze gravi.
D: Portaci in ambulatorio: entra una persona con diabete e un piede che trovi allarmante. Cosa fai?
La prima cosa da fare attraverso l’anamnesi è la valutazione globale del paziente, la sua storia clinica, personale e familiare, le sue conoscenze e i fattori locali che hanno determinato la situazione “allarmante”. In base alla situazione si attivano i servizi e i professionisti necessari. La cura del piede diabetico e in generale del diabete non compete ad un solo professionista ma richiede un approccio multiprofessionale (podologo, vascolare, infettivologo, chirurgo ecc) la tempestività dell’intervento è tutto (come mi ho appreso all’università il tempo è tessuto che non si perde).
D: Mettiamola così: una medicazione fatta bene la sanno fare molti infermieri. Quando capisci che non basta e serve presa in carico diabetologica vera?
Quando la lesione non migliora come dovrebbe, malgrado le cure adeguate, si deve sempre sospettare altro ovvero l’ischemia, la mancanza di compliance del paziente, la mancanza di consapevolezza o di cure, risorse e interventi adeguati. La differenza sta nel capire cosa c’è dietro una ferita e non solo.
D: Se dovessi spiegare a una collega la differenza in una frase: qual è l’errore tipico di chi non ha formazione specifica, non per incapacità, ma proprio per mancanza di strumenti?
Sicuramente il concentrarsi sull’evento/episodio e non saper cogliere la complessità.
La formazione specifica fa la differenza, ti dà la borsa degli attrezzi (conoscenze, risorse) per fronteggiare i problemi e criticità, ma servono anche altri ingredienti, passione, curiosità, continuo aggiornamento e ricerca, collaborazione con gli altri attori delle cure.
D: Nel piede diabetico spesso non vince la “singola visita”, vince la continuità. Tu come costruisci un follow-up che regga anche fuori dall’ambulatorio?
Hai ragione, la continuità fa la differenza, in generale per tutte le patologie croniche, il continuo rinforzo mantiene viva la motivazione nelle persone, a fare scelte consapevoli per il suo benessere, è la persona che tutti i giorni deve convivere con la patologia cronica, è lui il protagonista responsabile della sua salute, non basta fargli la lista della spesa con le cose che può’ e non può’ fare, ma accompagnarlo in un percorso che dura a lungo, anche tutta la vita, dove è necessario instaurare una relazione di fiducia non giudicante, coinvolgimento attivo della persona al fine di raggiungere la sua partecipazione al raggiungimento della propria salute.
L’infermiere specializzato in diabetologia offre un servizio dove la persona assistita può’ rivolgere per ogni dubbio, problema legato alla malattia che nel corso della vita si presenti e deve imparare a gestire e a conviverci, in altre parole l’infermiere si trova in una realtà» negoziale», che per essere efficace deve essere il più vicino possibile alle aspettative dell` assistito e per questo serve flessibilità e fiducia.
Tutto questo con incontri strutturati e programmati, ravvicinati inizialmente, con indicazioni chiare su cosa monitorare a casa, come e quanto, adattando le informazioni a ciò che serve al paziente in quel momento, definendo delle priorità a breve medio e lungo termine e coordinando gli interventi con gli altri professionisti della cura e attivando i supporti necessari nelle diverse fasi di malattia della persona assistita (infermiere di famiglia, famiglia, caregiver, tecnico ortopedico, psicologo, medico di famiglia, mediatore culturale ecc.)
D: Alla visita successiva, quali sono le cose che controlli per capire se la traiettoria è quella giusta?
Innanzi tutto, è necessario saper ascoltare in modo attivo ciò che la persona ci riferisce e saper cogliere ciò che dice e ciò che non esprime a parole ma che emerge oltre le parole, facendo attenzione a non interpretare e a non giudicare, adattando la comunicazione alla persona che si ha difronte (anziano, adolescente, bambino) e alla fase di malattia/complicanza.
Poi si discute e riassume con la persona gli obiettivi che insieme ci siamo prefissati nella precedente visita; obiettivi raggiunti e no, problemi connessi, difficoltà ecc., verifico che tutto sia chiaro e compreso, insieme definiamo altri obiettivi da raggiungere. Tutto in piccole tappe personalizzando in base alla unicità della persona che ho di fronte, dei suoi bisogni, aspettative e necessità, facendo esempi più vicini alla sua realtà, usando immagini e schemi se necessario e strategie comunicative, quali il riassumere i concetti chiave, ponendo domande indirette o di controllo della comprensione monitorando la comunicazione non verbale (imbarazzo, silenzio ostinato e prevedendo dei momenti di sintesi, riflessioni e osservazioni. Controllo i parametri e l’aderenza a quanto precedente pianificato, i motivi della mancata aderenza ed eventuali conseguenze.
D: Quando nel percorso manca un’infermiera diabetologa, dove si vede per primo? Si rompe più facilmente la continuità, l’educazione, il coordinamento, i tempi?
Si vede nella discontinuità, controlli saltati, gestione non appropriata dei controlli richiesti e non aderenza alle terapie prescritte, gestione errata dei device, ansia e paura del paziente, continui accessi al pronto soccorso o dal medico o richiesta di consulenze specialistiche non necessarie. Talvolta negli esiti negativi.
D: E se dovessi lasciare un messaggio secco ai professionisti quale sarebbe?
Nel diabete la relazione educativa e l’educazione terapeutica è determinante «intercettare prima significa salvare molto di più dopo». È un lavoro di squadra che ha lo scopo di fornire all’assistito gli strumenti critici per prendere le decisioni migliori per il loro benessere.