Gestione sanitaria
Cinque parole per raccontare il Counselling - Blog Formazione continua
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Il counselling, come ogni forma di accompagnamento autentico, trova nel linguaggio una via privilegiata per esprimere e, allo stesso tempo, esplorare la relazione d’aiuto. Spesso, nella pratica quotidiana, le parole si intrecciano e anche se, pur semplici all’apparenza, racchiudono una profondità emotiva e una saggezza che solo l’esperienza può svelare. Annaguya Fanfani ci propone una riflessione personale, partendo da cinque parole che nel corso della sua carriera di counsellor hanno assunto significati profondi ed emblematici.
Mi sono divertita ad immaginare le prime cinque parole che mi venivano in mente pensando al counselling e alla mia esperienza come professionista. Il breve articolo non vuole essere esaustivo né didattico ma uno stimolo, un'ispirazione, affinché coloro che hanno dimestichezza con il counselling trovino le proprie parole.
Fiducia
Ricordo ancora adesso come nel training che ha costituito la mia formazione sia stata una parola che mi è stata a lungo rivolta: abbi fiducia nel processo. Preciso, non una fiducia aprioristica e naif ma quella che nasce da una seria preparazione, un percorso personale appropriato ed un’attitudine a credere nell’essere umano. La fiducia, allora, diviene il modo di stare nella relazione che è co-costruita. La scoperta di quella che Rogers definisce tendenza attualizzante, un potenziale insito nell’essere umano che non solo lo spinge verso la vita ma lo aiuta, ampliata la consapevolezza, ad esprimere la sua autenticità. Il tempo della fiducia è quello di un’attesa densa in cui la persona esplora e trova le proprie risorse.
Non riesco a scindere la parola fiducia da responsabilità. Quando diamo fiducia e quando la riceviamo abbiamo la responsabilità di trattarla con cura. Se avere fiducia vuol dire mostrarsi nella propria interezza, rispondervi con responsabilità vuol dire tener conto della vulnerabilità presente in ogni essere umano e sapervi rispondere con gentilezza, cura ed attenzione. Essere abili nella risposta, conoscere il proprio ruolo professionale, accettare di essere un accompagnatore del benessere altrui. La responsabilità si esprime nel mettersi a servizio, nel rispettare i confini, nel proporre un rapporto etico in linea con le competenze acquisite. Sorrido quando allievi affermano di voler essere counsellor in toto, mi ricordano le mie paure di non essere all’altezza di poter fare il counsellor se nella mia vita tutto non era “perfetto” e la mia vita riflettesse l’integrità della professione. Ho imparato che fare il counsellor è un mestiere e che implica fornire all’altro uno spazio in cui esplorare e dare un significato alla sua storia e alle sue relazioni. Essere a servizio è impegnativo, richiede appunto responsabilità, cura, fiducia ed uno spazio e tempo idoneo e non può essere svolto senza limiti di tempo; ma è vero che il counselling è anche una filosofia di vita che ti porta ad interrogarti sul senso di alcuni avvenimenti e su quale sia l’insegnamento che tu ne debba trarne. Nel paradigma salutogenico è in linea ideologicamente con i fattori che promuovono la salute e ognuno di noi, come professionista, ha l’obbligo di operare in tal senso anche verso sé stesso quotidianamente. Nel processo di autenticità non possiamo professare qualcosa a cui non crediamo e non possiamo esimersi dal farsi quelle domande che costantemente facciamo al nostro cliente.
Creatività
Questa è una parola relativamente recente nel mio vocabolario: la guardavo con ammirazione e la riservavo ad artisti, a coloro che sanno esprimere sé stessi tramite le nobili arti. Poi ho consapevolizzato che in realtà essere creativi vuol dire fare connessioni, operare al di fuori di protocolli prestabiliti, rispondere in maniera individuale e libera da condizionamenti conformisti che non tengono conto del vibrare della propria anima. Allora il processo creativo è presente in ognuno di noi appena acquistiamo la libertà di... essere, di manifestarsi, di rispettare e rispettarsi, di esercitare e manifestare la propria essenza.
Nel rapporto professionale la creatività è figlia della sintonizzazione e del processo empatico. Il problem solving, che è uno degli strumenti più utilizzati nel colloquio, dove il cliente esplora le sue soluzioni senza vincoli di giudizio, chissà cosa penserà di me, e di fattibilità favoriscono l’emergere di altri punti di vista che costituiscono l’humus per il processo creativo. Rispondere in maniera creativa vuol dire trovare le proprie soluzioni alle sfide della vita avendo il coraggio di accettare l’incertezza e l’imprevedibilità della vita stessa e sapendo essere responsabili delle proprie azioni, in sostanza l’effetto collaterale positivo che il cliente acquisisce nel suo percorso personale. La creatività è, anche, l’uso di mappe, strumenti e tecniche non protocollari ma testati sul bisogno e le caratteristiche del cliente. Il professionista ha una direzione a seconda del problema del cliente, determina un orientamento, ma il come ed il dove dipendono dalla relazione professionale.
Nel rapporto professionale la creatività è figlia della sintonizzazione e del processo empatico. Il problem solving, che è uno degli strumenti più utilizzati nel colloquio, dove il cliente esplora le sue soluzioni senza vincoli di giudizio, chissà cosa penserà di me, e di fattibilità favoriscono l’emergere di altri punti di vista che costituiscono l’humus per il processo creativo. Rispondere in maniera creativa vuol dire trovare le proprie soluzioni alle sfide della vita avendo il coraggio di accettare l’incertezza e l’imprevedibilità della vita stessa e sapendo essere responsabili delle proprie azioni, in sostanza l’effetto collaterale positivo che il cliente acquisisce nel suo percorso personale. La creatività è, anche, l’uso di mappe, strumenti e tecniche non protocollari ma testati sul bisogno e le caratteristiche del cliente. Il professionista ha una direzione a seconda del problema del cliente, determina un orientamento, ma il come ed il dove dipendono dalla relazione professionale.
Libertà
Accostare la parola libertà al rapporto professionale sembra una blasfemia poiché è vincolato da un tempo, uno spazio, un compenso e delle regole proprie ma in realtà ciò che accade nel colloquio permette l’espressione della libertà dell’individuo: di mettersi in gioco ed esplorare la propria rappresentazione di sé, degli altri e del mondo e di come ne viene influenzato. Se la libertà è il conoscere con quali presupposti guardiamo il mondo, questo è quello che accade nel setting del counselling. Ed in realtà la sfida iniziale rappresentata dall’idea di unire i termini libertà e regole si relativizza, poiché sia nel percorso professionale la persona è veramente libera di essere sé, pur avendo delle regole ed un contenitore che ne garantisce protezione e sicurezza, così come al di fuori del rapporto professionale la libertà non può disgiungersi dal rispetto dei diritti e doveri di una società civile che sono garanti della nostra stessa libertà così come accade nel colloquio.
Umanità
Diventare umani. La parola umano etimologicamente deriva da humus che vuol dire terra, nella relazione professionale l’umanità nasce dal riconoscimento di un patrimonio comune che costituisce quell’humus, nutrimento, appunto. in cui si incontrano professionista e cliente. L’accettazione dell’imperfezione umana, ma nello stesso tempo il desiderio costante di migliorarsi e di scoprire nuovi aspetti di sé, sono il senso della relazione dove il raggiungimento dell’obiettivo professionale ha bisogno di quel desiderio per modificare il proprio punto di vista e per migliorare la propria capacità relazionale e qualità della propria vita.