Federica Corso
F. Corso - Città-spugna, una visione che prende forma
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Architetta urbanista e presidente dell’Associazione Studi d’Ingegneria e d’Architettura Ticinesi, Federica Corso Talento si occupa da anni di sostenibilità nei campi dell’urbanistica, dell’architettura e del paesaggio. Attenta alle trasformazioni ambientali e sociali in atto, ha ideato e condotto nel 2024 la prima edizione del corso Short Advanced Studies Città-spugna Ticino. La città verde/blu: progettare in chiave resiliente, promosso dalla Formazione continua del Dipartimento ambiente costruzioni e design della SUPSI. Il suo obiettivo? Offrire ai professionisti e alle professioniste del territorio strumenti teorici e pratici per affrontare la progettazione urbana e architettonica con un approccio sistemico, collaborativo e orientato alla resilienza climatica. Le due domande finali le abbiamo poste a un corsista, Alfonso Di Sabato, Architetto presso lo Studio Allievi
Il corso SAS che lei ha guidato introduce il concetto di “città spugna”, ancora poco conosciuto nel contesto ticinese. In che modo questo approccio può cambiare il modo di progettare edifici e spazi urbani?
La città contemporanea sta affrontando una crisi multidimensionale: eventi climatici estremi, inquinamento, perdita di biodiversità, invecchiamento della popolazione e disuguaglianze sociali si intrecciano, minando la vivibilità e la sicurezza degli spazi urbani. Occorrono risposte concrete e strumenti urbanistici e architettonici di nuova generazione capaci di sviluppare modelli di trasformazione urbana fondati su principi di adattamento, sostenibilità e equità ambientale.
Tra questi, i concetti di città spugna, città verde e blu e città resiliente si impongono come strumenti fondamentali per ripensare il modo in cui costruiamo, abitiamo e gestiamo il territorio e rappresentano visioni complementari di una trasformazione sostenibile e inclusiva del territorio.
Il modello della città spugna nasce come risposta all’impermeabilizzazione massiccia del suolo urbano, che impedisce all’acqua piovana di infiltrarsi, causando allagamenti e perdita di risorse idriche. L’integrazione di infrastrutture verdi (vegetazione, suoli permeabili, alberature) e blu (acque superficiali e sotterranee) è alla base della città verde e blu.
Da ultimo, una città resiliente non si limita a resistere agli shock (climatici, sanitari, sociali) senza “rompersi”, ma è in grado di adattarsi, apprendere e migliorarsi attraverso processi di trasformazione inclusivi e lungimiranti.
Questi tre approcci non sono separati, ma complementari. La città spugna e la città verde/blu rappresentano strategie operative per realizzare città più resilienti. A loro volta, le città resilienti possono evolversi solo attraverso una visione integrata e interdisciplinare, che includa la natura, le persone e l’innovazione sociale: per questo parliamo di Neo-bio-umanesimo.
Sono convinta che stiamo finalmente cambiando approccio progettuale: il 18 settembre daremo avvio al prossimo corso, con una importante novità: i giorni di corso saranno sei e non più quattro, proprio perché il territorio necessita di risposte efficaci, concrete e, soprattutto, semplici ed economicamente valide.
Uno degli elementi chiave del corso è la dimensione interdisciplinare e collaborativa. Quali figure professionali hanno partecipato e che tipo di scambio si è generato tra loro?
In un’epoca di incertezza climatica e sociale, la rigenerazione urbana non può più essere rimandata. Le città spugna, verdi/blu e resilienti ci mostrano che un’altra urbanistica è possibile, capace di mettere al centro la vita, le persone, l’equilibrio con la natura e il benessere collettivo.
L’approccio collaborativo non solo arricchisce il progetto dal punto di vista tecnico, ma crea un senso di appartenenza e cura condivisa. I progetti più efficaci non sono quelli “calati dall’alto”, ma quelli nati da un dialogo tra saperi e vissuti diversi, dove ogni attore riconosce di avere qualcosa da imparare e qualcosa da offrire.
Al corso hanno partecipato ingegneri e architetti, biologi, funzionari cantonali e comunali. Ognuno ha dato il proprio contributo e ha condiviso idee e progetti e, alla fine, attraverso due workshop è stato redatto un Manifesto per la città spugna, che pubblicheremo a breve. Da ultimo è importante riconoscere la validità e la autorevolezza dei docenti scelti, che da subito hanno interagito fra loro e con i partecipanti al corso.
Durante il percorso, ha notato cambiamenti nell’atteggiamento o nella consapevolezza dei partecipanti rispetto al loro ruolo nella transizione ecologica delle città? Ci può raccontare qualche reazione o caso significativo?
Durante il corso uno degli aspetti più significativi non è stato solo l’apprendimento tecnico, che ha spaziato dalla pianificazione al progetto, ma il cambiamento di sguardo da parte dei partecipanti. Molti, provenienti da ambiti diversi – ingegneri, architetti, funzionari pubblici, docenti– hanno iniziato il percorso con una visione settoriale del proprio ruolo. Ma nel costante dialogo con gli altri, hanno scoperto la potenza trasformativa dell’approccio sistemico e collaborativo. Quello della partecipazione è uno dei temi che abbiamo maggiormente approfondito, anche facendone esperienza diretta. Abbiamo sfruttato ogni momento disponibile per confrontarci e formare una rete: dalla pausa pranzo, in cui ci siamo trovati tutti assieme allo stesso tavolo, al tempo di viaggio dei Field Trips, anch’esso davvero utile. Alcuni docenti hanno assistito a diverse lezioni, in modo da scambiare esperienze e punti di vista differenti.
Si parla molto di sostenibilità, meno di strumenti operativi per applicarla. Quali competenze ha cercato di trasmettere, e quale impatto spera possa avere a medio termine sul territorio?
Oggi il tema della sostenibilità urbana è onnipresente e inflazionato, ma spesso resta confinato a enunciazioni di principio. Nel corso abbiamo voluto fare un passo oltre: tradurre i grandi obiettivi in strumenti concreti, competenze operative, misure e piani di azione nonché reti di collaborazione.
Il corso ha messo l’accento su un punto chiave: la sostenibilità non è un settore tecnico, è una modalità trasversale di agire. Questo significa lavorare in squadra, sapere dialogare tra mondi diversi, agire con prontezza operativa.
Penso che finalmente i tempi siano maturi per fare un salto di qualità progettuale molto inclusiva. Il SAS è stato sicuramente un primo fondamentale tassello per una nuova progettualità.
Guardare da diversi punti di vista un progetto, determinarne i contenuti insieme ai futuri fruitori di uno spazio, confrontarsi, collaborare e ascoltare i bisogni delle persone fanno parte di una unica modalità di approccio. Abbiamo analizzato e studiato moltissimi esempi di città spugna e città resilienti verdi e blu, di Piani per il clima, di progetti realizzati soprattutto nel Nord Europa e nella Svizzera tedesca e romanda, allargando gli orizzonti e gli interessi. I due Field Trips finali, ci hanno dato la possibilità di toccare con mano diverse e ottime realizzazioni, passando dalla teoria alla pratica.
Due domande ad Alfonso Di Sabato, partecipante alla prima edizione del SAS Città-Spugna Ticino.
Lei è un giovane architetto già attento ai temi della sostenibilità e della resilienza urbana. Cosa l’ha colpita di più di questo corso e cosa pensa di poter integrare, da subito, nella sua pratica professionale?
Il corso si è rivelato molto efficace e ben strutturato. Nonostante il tempo limitato, la qualità dei relatori e la programmazione hanno permesso di approfondire con solidità temi complessi, andando oltre una semplice introduzione. Oltre all’interessante approccio concettuale e paesaggistico, è stato particolarmente utile comprendere, in modo tecnico, come gli spazi aperti delle città possano essere progettati secondo i principi della città spugna. Sono queste competenze operative che possono davvero guidare una progettazione sostenibile, concreta e consapevole, capace di evitare pratiche superficiali e di promuovere infrastrutture di reale qualità ambientale, sociale e urbana.
La progettazione urbana richiede oggi una visione ampia, capace di connettere spazio, ambiente e comunità. Il corso ha rafforzato o cambiato in qualche modo il suo modo di leggere e interpretare il territorio?
Sì, il corso ha sicuramente ampliato la mia capacità di leggere e interpretare il territorio. L’attenzione è stata posta sui progetti concreti e sui molteplici aspetti che li compongono, offrendo una lettura del territorio urbanizzato attraverso esempi di buone pratiche. È emerso con chiarezza come alla base di interventi efficaci ci sia sempre un lavoro interdisciplinare, capace di affrontare la complessità delle nostre città con una visione integrata. L’incontro con diverse figure professionali, sia tra i relatori che tra i partecipanti, ha inoltre favorito la costruzione di connessioni e reti di collaborazione, oggi indispensabili per affrontare le sfide urbane in modo efficace e condiviso.