Dopo aver conseguito nel 1998 la patente di docente di scuola dell’infanzia all’allora Scuola Magistrale, oggi Dipartimento formazione e apprendimento / Alta scuola pedagogica della SUPSI, Katja insegna per qualche anno alla scuola dell’infanzia di Russo in Valle Onsernone, prima di partire alla volta di Ginevra, dove prosegue un percorso di studio fino all’ottenimento del dottorato in Scienze dell’educazione. Oggi vive tra Ginevra e Losone, e si occupa di formazione all’insegnamento e di ricerca principalmente in Ticino, ma anche in altri contesti cantonali.
Katja, quando hai capito che volevi diventare insegnante?
Diciamo che ho capito di avere questa passione quando frequentavo l’ultimo anno al Liceo cantonale di Locarno, grazie ad un orientatore che, dopo avermi posto poche domande mi ha subito detto: credo che la Magistrale sia la scuola giusta per te!
Cosa rappresenta per te questa professione?
La mia risposta è dettata da un misto di idealismo e di lunga frequentazione e pratica di questa professione: la trovo meravigliosa, di enorme importanza e al contempo estremamente sfidante. Forse sono le parole di Malala Yousafzai, l’attivista pakistana e giovanissima vincitrice del premio Nobel per la Pace nel 2014, che esprimono al meglio quello in cui credo in riferimento a questa professione: “Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”.
La figura dell’insegnante è spesso specchio diretto dell’evolversi della società stessa.
Com’è cambiata secondo te nel tempo la percezione di questo ruolo?
La professione cambia tanto quanto cambia ed evolve la società, e al contempo rimane anche stabile nella sua essenza, sono infatti convinta che in un’epistemologia della complessità possono coesistere piani che sembrano contradditori. Cambia il tipo di sfide, cambiano i metodi didattici e gli approcci pedagogici – e direi per fortuna, per molti versi! Cambia poi il modo in cui la professione è vista e riconosciuta. Ultimamente si sente spesso dire che l’immagine della professione si è deteriorata. È vero in parte, ed è una percezione piuttosto sentita nel mondo dell’insegnamento. Ma vi sono alcuni segni che dimostrano anche che non tutta la società ha perso la fiducia nell’estrema importanza di questo ruolo: ad esempio, le ultime votazioni in materia cantonale a Ginevra hanno visto una grande maggioranza del popolo votare contro una riduzione della durata della formazione all’insegnamento. È un segnale importante, coerente con il fatto che in molti contesti nazionali e internazionali, la tendenza è proprio quella di voler aumentare gli anni di formazione, in risposta all’aumento della complessità di questa professione ma anche a nuove conoscenze che dimostrano quanto una formazione solida è necessaria per insegnare in modo efficace e per durare in questa professione. Il ruolo dell’insegnante è cambiato molto anche nel tipo di interazioni che richiede – con le famiglie, con altre figure professionali, con il contesto sociale che si arricchisce di diversità culturali e linguistiche e al contempo diventa anch’esso più complicato oltre che più complesso. La sfida che ogni giorno i miei colleghi e le mie colleghe docenti di scuola di ogni ordine e grado scolastico affrontano è quella di distinguere questi due piani e cercare di considerare, per quanto sia possibile, le perturbazioni come occasioni di trasformazione e di crescita, senza per questo negare le difficoltà che incontrano. Quello che ritengo non cambi sia la passione, l’energia e la fiducia nell’umano che tale professione ha sempre richiesto e sempre richiederà.
In un contesto sociale che è sicuramente più complesso, esiste oggi anche un’apertura e una consapevolezza maggiori verso tematiche che qualche anno fa non sembravano rivestire molta importanza o erano addirittura considerate dei veri e propri tabù. Penso ad esempio all’educazione sessuale, alla sensibilità legata all’uguaglianza di genere, all’inclusività. Quale ruolo deve e/o può avere un insegnante in questo contesto? Quali responsabilità?
Io credo nel valore della complessità. E come ben dici tu, vi sono molti temi che oggi si affrontano più apertamente. Mi occupo in effetti di un corso intitolato “Educazione all’affettività e alla sessualità” dove insieme agli studenti e alle studentesse affrontiamo alcune di queste tematiche importanti. Anche in questo caso lo facciamo in un’ottica di complessità: lavoriamo con le nostre esperienze, unite al sapere scientifico, alle conoscenze e ricerche in ambito nazionale e internazionale che dimostrano quanto il benessere di una comunità è strettamente correlato con un’educazione di qualità in ambito di salute, di sessualità, di parità di genere, di inclusività. Il ruolo di chi insegna e le sue responsabilità in questo campo sono fondamentali, così come è essenziale anche la coscienza dei limiti di tali responsabilità, condivise con le famiglie e con altri profili professionali. Servono dunque delle competenze solide, fondate su conoscenze scientifiche così come su una buona consapevolezza di sé, e sulla capacità di operare in una rete inter-professionale. Infatti chi insegna deve saper operare in termini di prevenzione, ad esempio attraverso un’educazione esplicita al rispetto, al consenso, all’affettività, alla conoscenza del proprio corpo e delle proprie emozioni. Oltre a ciò, deve saper agire nell’immediato, riconoscendo i segnali di disagio in modo da poterli segnalare, o anche solo rispondere alle molte domande di naturale ed indispensabile curiosità di allievi e allieve sin dai primi anni di scuola.
Primi anni di scuola che forse, nell’accezione comune, vengono ancora poco considerati e valorizzati…
Le sfide che un insegnante si ritrova ad affrontare oggi sono molteplici, fra queste sicuramente c’è anche quella di far conoscere la professione a chi la osserva da fuori. Penso in particolare alla scuola dell’infanzia, ancora chiamata spesso “l’asilo”, un termine di uso comune ma che evoca un luogo dove “posteggiare” le bambine e i bambini in attesa che inizino la “scuola vera”. La scuola dell’infanzia invece è una scuola di fondamentale importanza, luogo di costruzione di competenze trasversali e di confronto con ambiti di esperienza indispensabili per il futuro percorso scolastico e formativo. Philippe Meirieu la chiama “l’école première”, la prima scuola, e per lui questo significa che è la prima in ordine cronologico, ma anche che è essenziale per la riuscita scolastica e per la costruzione di una società democratica più giusta e più solidale. Cito solo uno dei tanti aspetti che possono sembrare sorprendenti a chi non conosce da vicino questo ordine scolastico: alla scuola dell’infanzia si inizia l’apprendimento delle competenze conversazionali, e sempre più spesso si tengono con allievi e allieve dai 3 ai 6 anni i cosiddetti consigli di cooperazione, istituzione in cui si “tiene consiglio”, appunto, in cui si prendono decisioni, si trattano problemi di vita comune, si vota… e quindi dove si costruiscono le basi necessarie all’esercizio della democrazia. Invito a tal proposito a scoprire il lavoro di alcune nostre ex-studentesse, ora docenti:
Contributo di Laura Rocco e Katja Vanini De Carlo dal titolo Il consiglio di cooperazione come spazio dialogico. Un’esperienza di democrazia diretta alla scuola dell’infanzia all’interno del volume La progettazione di spazi democratici e partecipativi a scuola. Alcuni fondamenti teorici e pratici.
Tesi di laurea di Eva Greta Pedrazzini dal titolo "Ma eri anche un po' arrabbiato?" Il consiglio di cooperazione come risorsa per la gestione delle dinamiche relazionali.
A proposito di studenti e studentesse, cosa ti sentiresti di consigliare a chi si affaccia oggi alla professione?
Cerco di dare pochi consigli, piuttosto il mio approccio è quello del dialogo, portando delle conoscenze teoriche e alcune mie esperienze acquisite negli anni, per permetterci di costruire insieme, studentesse e studenti e formatori e formatrici, una comunità di pratica e di apprendimento che sia davvero co-evolutiva. Probabilmente un consiglio che spesso mi sento di dare è quello di non smettere mai di esplorare e conoscere sé stessi prima di tutto – si dice che il principale strumento di lavoro di chi insegna è… la propria persona.
È importante vivere nel presente, ma ogni tanto qualche salto immaginario nel futuro può essere divertente: come immagini gli e le insegnanti fra 50 anni?
Certo, è un bellissimo spunto, credo fermamente che immaginare (e quindi narrare!) il futuro permette di dargli forma!
Proprio l’anno scorso, durante i festeggiamenti in occasione del 150esimo anniversario della formazione docenti in Ticino, abbiamo avuto l’opportunità di consegnare ad una capsula del tempo dei messaggi e degli oggetti rivolti al futuro. Io ho scritto una lettera alle mie colleghe e ai miei colleghi che saranno attivi nella formazione all’insegnamento nel 2074, formulando l’augurio che possano continuare a coltivare la passione che sento viva oggi al DFA/ASP: la passione per l’apprendimento, l’insegnamento e la ricerca in questo campo, la passione per la formazione e per lo sviluppo professionale e umano, la passione per la scuola.
Sono un’inguaribile ottimista ma sostengo questa mia visione con quello che osservo ogni giorno nel mio lavoro. Sono dunque serena e fiduciosa anche sull’aspetto “divertente” che tu citi: ogni giorno misuro la fortuna che ho di poter lavorare con gli studenti e le studentesse che si preparano a questa professione. Sono persone straordinarie, piene di passione, creatività, talenti e risorse, e mettono in gioco valori ed esperienze diversificate che, nella condivisione, opereranno per una scuola sempre migliore, divertente ed efficace, adattata al suo tempo e sempre pronta a lottare contro le ingiustizie, per un mondo migliore – ne sono convinta. Di questi tempi, in un mondo che spesso ci sembra andare alla deriva su molti fronti, mi sento di dire che vi è un grande bisogno di una tale visione.
Grazie dell’opportunità di questo scambio.