Christian Uccellatore
Intervista a Christian Uccellatore - DEASS
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L’intervista a Christian Uccellatore, direttore del Progetto Ruben della Fondazione Pellegrini, esplora il tema delle “nuove povertà” e il ruolo del ristorante solidale Ruben come laboratorio sociale. Non solo sostegno materiale, ma rigenerazione di fiducia, dignità e legami comunitari, per trasformare la rassegnazione in prospettiva e aprire nuove possibilità di futuro.
Il fenomeno delle cosiddette nuove povertà è discusso e diffuso da diversi anni, interrogando da vicino l’evoluzione del mercato del lavoro (dove la compravendita si fa sempre più mercificata), la ridefinizione dei sistemi di welfare (in seguito alla problematica congiuntura economica che stiamo attraversando e alla diffusione di dettami economicisti connessi al New Public Management) e la frammentazione delle strutture relazionali nello spazio sociale, con la crisi dei soggetti micro-collettivi e dei corpi intermedi nel sostenere i momenti difficili delle biografie individuali e familiari.
Le situazioni di povertà, infatti, producono molteplici esiti educativi: sia su chi le vive in prima persona, per esempio con la ridefinizione dello status socioeconomico, degli orizzonti quotidiani e della dimensione del possibile (talvolta, financo quella del pensabile), sia su chi le osserva, per esempio costituendo un monito– come scriveva Zygmunt Bauman – rispetto al rischio di scivolare in questa condizione, il quale si esprime sia attraverso forme di solidarietà, sia attraverso prese di distanza.
Il progetto Ruben della Fondazione Pellegrini ONLUS, fondato nel 2014, si occupa del contrasto conseguenze sociali e biografiche delle nuove povertà attraverso diverse attività di carattere promozionale e preventivo.
Abbiamo rivolto alcune domande a Christian Uccellatore, direttore e responsabile del progetto, attivo anche in ambito formativo come docente a contratto nell’ambito del Corso di Laurea in Scienze dell’educazione presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Le situazioni di povertà, infatti, producono molteplici esiti educativi: sia su chi le vive in prima persona, per esempio con la ridefinizione dello status socioeconomico, degli orizzonti quotidiani e della dimensione del possibile (talvolta, financo quella del pensabile), sia su chi le osserva, per esempio costituendo un monito– come scriveva Zygmunt Bauman – rispetto al rischio di scivolare in questa condizione, il quale si esprime sia attraverso forme di solidarietà, sia attraverso prese di distanza.
Il progetto Ruben della Fondazione Pellegrini ONLUS, fondato nel 2014, si occupa del contrasto conseguenze sociali e biografiche delle nuove povertà attraverso diverse attività di carattere promozionale e preventivo.
Abbiamo rivolto alcune domande a Christian Uccellatore, direttore e responsabile del progetto, attivo anche in ambito formativo come docente a contratto nell’ambito del Corso di Laurea in Scienze dell’educazione presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Dottor Uccellatore, ci racconta come e perché è nato Ruben? A chi si rivolge oggi?
Ristorante Solidale Ruben nasce nel 2014 insieme alla Fondazione Ernesto Pellegrini Onlus, per volontà della Famiglia Pellegrini. L’idea era quella di realizzare qualcosa di bello ed eticamente giusto, mettendo le risorse e le competenze del Gruppo Pellegrini al servizio della comunità. La scelta di radicarsi nel quartiere Giambellino, sede storica dell’azienda, non è stata casuale: significava restituire valore al territorio e alle persone, rafforzando quello spirito di solidarietà e senso di appartenenza che da sempre contraddistingue la visione della famiglia. La missione è stata chiara da subito: non limitarsi a fornire assistenza, ma contrastare le nuove forme di povertà con modelli di welfare innovativi, capaci di generare percorsi di ripartenza, dignità e autonomia. È in questo orizzonte che si colloca Ruben, il cuore pulsante della Fondazione: un ristorante solidale che ogni sera accoglie persone e famiglie in difficoltà offrendo non solo una cena sana e di qualità, ma anche un tempo sospeso, un luogo in cui sentirsi accolti, ritrovare relazioni e motivazioni per ricominciare.
Ruben si rivolge in particolare a persone e famiglie fragili e vulnerabili, dal punto di vista economico e sociale, che necessitano di ricostruire un progetto di vita e, talvolta, anche professionale, in grado di permettere loro di affrontare il futuro in modo meno precario e più progettuale. In questo senso Ruben non è soltanto un ristorante solidale, ma diventa una vera e propria porta di accesso a nuove possibilità, un luogo dove l’ospitalità si trasforma in opportunità di ripartenza.
Quali ritiene essere i principali risvolti educativi della vostra attività?
L’osservatorio che abbiamo costruito in questi dieci anni ci mostra chiaramente che la povertà non è mai soltanto una questione economica. La mancanza di reddito è il punto di partenza di un processo lungo e doloroso, che intacca progressivamente ogni dimensione della vita: la fiducia in sé stessi, la capacità di progettare, il senso di appartenenza a una comunità. Le permanenze a Ruben lo dimostrano: chi vive a lungo in una condizione di indigenza rischia di passare dal percepirsi come “in difficoltà” al percepirsi come “senza futuro”. È un salto simbolico, ma devastante, perché segna la perdita della possibilità di immaginare un domani diverso. Questo è, a mio avviso, il vero effetto educativo negativo della crisi: la nascita di una fascia di persone che si adattano a vivere in una condizione assistenziale, non perché la scelgano, ma perché hanno perso fiducia in ogni alternativa. È quello che chiamiamo “adattamento per rinuncia”: un equilibrio fragile ma resistente, che garantisce una zona di sicurezza a costo però della rinuncia a rischiare, a investire su di sé, a credere che la vita possa cambiare.
In questo scenario pesa enormemente quella che Margaret Thatcher, negli anni Ottanta, sintetizzò nello slogan “There Is No Alternative”. È l’idea che il mondo in cui viviamo, con le sue regole economiche e sociali, sia il migliore dei mondi possibili, l’unico praticabile. Una convinzione che, a livello collettivo, diventa il più grande freno al cambiamento, perché spegne la speranza e neutralizza la capacità di immaginare alternative. Se non esistono alternative, allora l’unica via è sopravvivere, adattarsi, rassegnarsi. È proprio contro questa narrazione che Ruben prende posizione.
Credo fermamente che il principale risvolto educativo del Progetto consista nel ribaltare questo immaginario. Significa accompagnare le persone a ricostruire le coordinate di un futuro possibile, stimolarle a rimettersi al centro del proprio progetto di vita. Ruben offre un luogo concreto in cui sperimentare relazioni, convivialità, fiducia reciproca, un luogo che non si limita ad alleviare il bisogno, ma restituisce dignità e incoraggia a tornare protagonisti in una dimensione prospettica. Se dovessi indicare la sfida che abbiamo scelto di raccogliere, direi che è innanzitutto la sfida della prospettiva: la capacità di guardare avanti, di aprire scenari e di immaginare possibilità nuove. Una sfida che, inevitabilmente, reintroduce nei nostri percorsi anche la dimensione del rischio, componente educativa tra le più decisive, che porta a tornare a misurarsi con l’imprevisto.
Come ci insegna Gramsci, ogni percorso educativo è un processo di emancipazione: trasformare la rassegnazione in consapevolezza, la passività in azione. In questo senso, Ruben non è soltanto un ristorante, ma un laboratorio sociale, un “incubatore di relazioni” in cui le persone scoprono che il futuro non è già scritto, che un’alternativa è possibile e che si può costruirla insieme. Rigenerazione umana e sociale, per noi, significa infatti proprio questo: rompere la gabbia culturale del “non c’è alternativa” e riaprire lo spazio dell’immaginazione e della possibilità. È lì che germoglia il cambiamento, ed è lì che si gioca il senso più autentico della nostra azione educativa.
Il tema delle “nuove povertà” è in continua evoluzione, tanto che questa coppia di termini va costantemente risignificata e, sovente, si accompagna a un aggettivo che lo caratterizza ulteriormente. Qual è la vostra visione di questo fenomeno? State sviluppando delle nuove progettualità per indagarlo e/o contrastarlo?
Quando parliamo di nuove povertà intendiamo qualcosa di più complesso che un semplice mutamento quantitativo delle condizioni economiche. Sono “nuove” non solo perché si presentano con caratteristiche diverse dai processi di impoverimento tradizionali, ma soprattutto perché rappresentano un’esperienza inedita per chi ne viene colpito. È proprio questa irruzione improvvisa, inattesa, in storie di vita “normali” a generare un forte senso di spaesamento: persone e famiglie che non avevano mai conosciuto la fragilità economica si ritrovano all’improvviso in difficoltà, con sentimenti di impotenza e disillusione rispetto alla possibilità di un riscatto.
La quasi totalità dei commensali che incontriamo a Ruben arriva in questa condizione di vulnerabilità recente o temporanea. Non si tratta solo di mancanza di reddito, oggi l’80% delle persone che incontriamo hanno un lavoro (working poor): c’è però un carico emotivo molto forte, fatto di vergogna per una situazione di cui ci si sente responsabili e di senso di colpa per non averla saputa prevenire. Sono persone che non hanno mai dovuto chiedere aiuto e che quindi non sanno come farlo, né a chi rivolgersi. L’immagine che descrive meglio questo stato è quella del disorientamento: una perdita di coordinate, un deficit di informazione su quali siano le risorse pubbliche, private e della società civile disponibili, e soprattutto una profonda difficoltà a collocare la propria domanda di aiuto.
Queste nuove forme di povertà si caratterizzano anche per un aspetto che potremmo definire estetico: un bisogno socialmente compatibile, invisibile, che non porta con sé i segni fisici ed evidenti della povertà estrema. Non ha l’impatto visivo del senzatetto che dorme sotto i portici, non genera scandalo né smarrimento collettivo. È una povertà che si nasconde dietro abiti puliti, una vita apparentemente normale, ma segnata da rinunce quotidiane, precarietà abitativa, impossibilità di sostenere i costi della città. Proprio perché compatibile con il contesto urbano e sociale, questa povertà rischia di perdere forza comunicativa: non urla, non scuote, non disturba.
Paradossalmente, anche l’estetica della povertà più estrema – i clochard in centro a Milano, che dormono sotto i portici di Corso Vittorio Emanuele – è ormai diventata parte integrante dello scenario urbano. Ci siamo assuefatti a quelle presenze, a tal punto che non destano più indignazione né senso di ingiustizia. Sono entrate nell’arredamento della città, in un processo che anestetizza la coscienza collettiva e ci rende meno sensibili tanto alla povertà estrema quanto a quella invisibile.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: stiamo diventando sempre più biografie discontinue. Per certi aspetti è anche un bene, perché introduce possibilità di cambiamento e di reinvenzione personale, ma nelle situazioni di fragilità la discontinuità si trasforma in un fattore critico: spezza i percorsi di emancipazione, interrompe i processi di crescita e genera cadute che spesso diventano definitive. Se per chi ha reti solide la discontinuità è occasione, per chi è vulnerabile rappresenta invece un impoverimento strutturale delle possibilità di futuro.
Questo contribuisce a rendere le nuove povertà ancora più insidiose: sono difficili da riconoscere, faticano a trovare ascolto, e proprio per questo generano isolamento. Per noi, comprenderle significa tenere insieme la dimensione economica con quella emotiva e relazionale, se la perdita di reddito è l’innesco, è l’effetto domino sulla vita complessiva delle persone a renderle così destabilizzanti: la perdita di fiducia, la vergogna, il ritiro dai legami, il silenzioso scivolamento verso l’invisibilità sociale.
Contrastarle non può ridursi a una risposta assistenziale. Occorre invece creare luoghi e percorsi capaci di rigenerare fiducia, di restituire dignità, di riattivare legami comunitari. Solo così l’imprevisto che spezza una biografia non si trasforma in un destino inesorabile, ma può diventare il punto di partenza per un nuovo futuro.
Quale nesso c’è, a suo avviso, tra le attività di ricerca e di conoscenza del territorio e le possibili risposte fornite da un progetto come Ruben?
Il nesso è, a mio avviso, fondamentale e centrale. Non è possibile progettare un intervento efficace senza un’attenta e continua attività di ricerca e conoscenza del territorio in cui si opera. La fragilità e la vulnerabilità sociale ed economica, infatti, non sono categorie astratte: sono profondamente radicate nel contesto e ne assumono le forme, i limiti e le possibilità. Essere poveri a Milano, a Roma o a Napoli significa vivere condizioni molto diverse, che richiedono risposte differenziate.
A Milano, ad esempio, la povertà si intreccia con il costo altissimo della vita, con la precarietà abitativa, con il fenomeno dei working poor, persone che lavorano ma non riescono a vivere dignitosamente. A Roma, invece, il problema può assumere le forme della dispersione territoriale e della carenza di servizi capillari, mentre a Napoli le fragilità si innestano su un tessuto sociale e familiare ancora molto forte, ma anche su dinamiche di marginalità che hanno radici storiche. Questo significa che ogni città produce povertà in modi diversi, e dunque richiede modalità di contrasto adeguate, capaci di leggere quelle specificità.
La ricerca, l’osservazione e l’ascolto del territorio diventano quindi la base per costruire risposte che non siano standardizzate ma realmente efficaci. Ruben è nato proprio con questa consapevolezza: non come semplice ristorante solidale, ma come progetto radicato nel tessuto di Milano, che sa intercettare i bisogni emergenti, dialogare con le istituzioni e il privato sociale, e adattare la propria azione all’evoluzione della città e delle sue trasformazioni socio-economiche.
Per noi, conoscere il territorio significa anche conoscere le biografie delle persone che lo abitano. La povertà non è mai solo individuale, è sempre una relazione con un contesto che la produce o la amplifica. È in questa connessione che si gioca la differenza tra un intervento meramente assistenziale e un progetto che può davvero generare emancipazione.
In sintesi, il nesso tra ricerca e risposta non è accessorio, ma costitutivo. Senza uno sguardo profondo e attento al territorio, qualsiasi intervento rischia di essere parziale o inefficace. Conoscere significa riconoscere, e riconoscere è il primo passo per restituire dignità e possibilità di futuro.